Sardegna

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Forza Sardegna, sempre e comunque

Disegno di Zambo tattoo

Disegno di Zambo tattoo

La Sardegna, per me, è un concetto fatto di contrasti: non ci abito più ma è sempre la mia casa, l’ho lasciata ma la penso sempre, ci litigo, mi fa incazzare, a volte la detesto. Ma continuo ad amarla. E la amo di un amore sincero, non stereotipato, spoglio dalle facili idealizzazioni: un legame che cresce col tempo e, assurdamente, con la lontananza.

È vero che si tende ad apprezzare maggiormente le cose quando non le si hanno più, o quando si rischia di perderle. Ed è pure vero che la sardità è un sentimento che – certo – si può costruire e modellare in patria, ma che in fin dei conti trova la sua massima realizzazione fuori dai confini dell’isola, non appena si varca il mare: limite fisico, ma anche membrana isolante –  seppur permeabile.

L’essere sardi in Sardegna è totalmente diverso dall’esserlo fuori dalla Sardegna. Il senso di appartenenza ad una grande casa lontana elimina le piccole differenze: fuori non esistono sassaresi, campidanesi e barbaricini. Fuori esistono soltanto sardi e la loro unica sardità, di cui andare fieri a prescindere. In Sardegna, al contrario, ci si dimentica molto spesso di essere sardi: a volte si vive la sardità con imbarazzo, con senso di inferiorità, con pregiudizio, con diffidenza reciproca e campanilismo. In Sardegna, molto spesso, ci si dimentica della Sardegna stessa: siamo tutti molto bravi a parlare con i nostri amici continentali delle bellezze uniche della nostra terra, della nostra cucina, della nostra antica storia, della nostra lingua tanto difficile da capire. Ma poi ci chiudiamo nelle nostre case, ci preoccupiamo di più per ciò che succede nei Palazzi romani piuttosto che in quelli cagliaritani, a scuola non studiamo la benché minima traccia della nostra esistenza e tra noi parliamo sempre più italiano.

In Sardegna ci si dimentica che di Sardegna ce n’è una sola. Ci si ricorda di essere sardi e che quella terra è veramente la propria terra quando la distruzione e la morte bussano alla propria porta. Quando, come sempre, è ormai troppo tardi. Quando, dopo decenni di negligenze, di crimini, di abusi, di esaltazione del mattone e del cemento ci si chiede perché. Perché è successo? Perché proprio a me, a noi, alla Sardegna?

Alle domande retoriche si aggiungono poi altre forme di retorica. Si ripresentano così, puntuali, la sardità di occasione e quella di convenienza. Si torna ad essere tutti e nuovamente sardi, ci si stringe tutti e nuovamente sotto la bandiera dei quattro mori, ci si appella alla giustizia, si dichiara guerra a non meglio precisati nemici piuttosto che combattere quell’atteggiamento, quella filosofia imperniata di egoismo ed ignoranza che quei nemici ha creato e ha dato loro autorizzazione ad agire.

Certo, stringiamoci sotto la nostra bandiera, sentiamoci popolo, piangiamo i nostri morti e facciamoci forza. Ne abbiamo bisogno. Ma poi non dimentichiamoci di quello che è accaduto e traiamo dalle nostre colpe una lezione per il futuro. Sentiamoci sardi sempre e ovunque: in Italia, all’estero, ma soprattutto in Sardegna.

 

 

Di partenze e di ritorni

Roma

Roma

E poi ti ritrovi improvvisamente nell’autunno di Stoccolma, umido e colorato come sempre. Ti ritrovi nella tua casa, nella tua vita di ogni giorno dopo aver assaggiato due sapori diversi: quello agrodolce, familiare, che solo l’Italia sa dare e quello, ben più aspro, di una cittadina persa nello spazio e nel tempo, al confine tra Lituania e Lettonia. Ma andiamo con ordine.

Roma è sempre Roma. Col suo cupolone, con i suoi santini venduti agli angoli delle strade, con i suoi palazzi, i monumenti, con i suoi bucatini all’amatriciana. Con il suo caos infernale: di traffico, di gente, di metropolitane affollate, di autobus in perenne ritardo. Roma è sempre Roma, nel bene e nel male: nel fascino che richiama, che attrae, che incanta ed emoziona; e nella consapevolezza che quella no, non sarà mai una città in cui mettere radici di lungo termine. Qualche giorno di vacanza, ogni tanto, bisogna comunque trascorrercelo: la possibilità di annoiarsi o di non trovare qualcosa di nuovo da vedere è praticamente nulla.

Quartu S.Elena - Molentargius

Quartu S.Elena – Molentargius

Lasciare Roma ed arrivare a Cagliari fa sempre uno strano effetto: il disordine, il rumore, il traffico della mia città diventano relativi se paragonati alla Capitale. Quand’è così fa anche più piacere riperdersi tra i vicoli di Castello e Stampace, mangiare in una trattoria della Marina, approfittare della spiaggia deserta per qualche ora di sole e di mare. Poi certo, quella famosa malattia chiamata nostalgia si può curare con una sola medicina, da prendere in dosi massicce ma ad intervalli periodici: tornando nella “prima” casa, dalla famiglia.

Ancora più strano il salto dalla Sardegna alla Svezia, almeno in termini climatici: passare da una temperatura di 25-28 gradi ad una di 5 non è esattamente una bella sensazione. Tuttavia, non c’è quasi nemmeno il tempo di disfare le valigie: mi ritrovo già a bordo di un bimotore in partenza per Riga e poi su un autobus con destinazione Radviliškis, Lituania. Una due giorni di lavoro ma anche, e soprattutto, di scambio: di esperienze, di punti di vista, di culture. Estremamente interessante e, da certi punti di vista, anche piacevole e divertente.

Radviliškis

Radviliškis

Da altri punti di vista, però, le sensazioni sono state diverse, se non contrarie: quella di Radviliškis è una realtà piena di contrasti, a metà tra i postumi sovietici ed una modernità europea che bussa prepotentemente alla porta; è una realtà che trae da quel poco che ha una ricchezza ed una voglia di fare da cui bisognerebbe prendere esempio, ma che lotta disperatamente per la sua stessa sopravvivenza: la disoccupazione cresce, i giovani che emigrano aumentano, i negozi chiudono. Le speranze della zona sono riposte nella base NATO poco distante dalla cittadina: speranze di lavoro, certo. Ma anche di libertà, viste le minacce più o meno velate che continuano ad essere lanciate da Mosca.

Il tutto ha un non so che di già visto…

Mi piacerebbe tornare da quelle parti, non lo nego. Mi piacerebbe poter capire meglio e di più quelle società tanto lontane ma anche tanto vicine a noi, almeno secondo la geografia. Il viaggio in Bielorussia (con tappa a Vilnius) di qualche anno fa me lo ricordo ancora molto bene, ma la Lituania è stata e continua ad essere molto ricorrente nella mia vita, da quando – ed ancora non ho capito il perché – seguii una lezione di lituano all’università…

The Band [Mando Diao]

Del fatto che il gruppo svedese “Bo Kaspers Orkester” avesse girato un video in un terrazzo cagliaritano (e precisamente quello dell’Hotel Quadrifoglio in via Peretti), ne scrissi in questo post, qualche mese fa. Evidentemente quella di girare in Sardegna è, per gli artisti svedesi, una moda! Si guardi questo video:

[flashvideo file=”http://www.unitalianoastoccolma.com/wp-content/uploads/2013/03/Mando-Diao-The-Band.mp4″ /]

Mando Diao

Mando Diao

Loro sono i Mando Diao, gruppo originario della Dalecarlia, in attività dal 1999. La canzone “The band” è stata pubblicata nell’album di debutto “Bring ‘em In”, del 2002. La location del video è Geremeas, in provincia di Cagliari, luogo in cui bazzico parecchio durante i pochi giorni estivi che solitamente passo in Sardegna.

La domanda che ora mi pongo è: chi ha deciso di girare proprio là, in una zona di certo non così pubblicizzata? È la stessa persona che c’è dietro al video dei Bo Kaspers Orkester? Magari un produttore amante della Sardegna? Chissà che non riesca a scoprirlo! Prima o poi.