Partito Socialdemocratico svedese

now browsing by tag

 
 

C’era una volta…

…la socialdemocrazia svedese.

Lo scorso fine settimana, mentre mi trovavo per uno dei miei classici weekend in Småland, mi sono imbattuto in questa scena: un piccolo palco con dei musicisti dansband (età media 65 anni), due gazebo in cui venivano offerti del caffè e dei dolci da due signore (età media 65 anni), uno sparutissimo pubblico (età media 65 anni) arrivato sul luogo letteralmente con la propria auto (nonostante si trattasse di un parco pubblico). Organizzatore dell’evento: ABF – Arbetarnas bildningsförbund, l’associazione culturale e formativa del Partito Socialdemocratico svedese.

Certo, la cittadina di Vimmerby non è Stoccolma. E certo, se si fosse trattato di un evento organizzato direttamente dal partito, l’appeal sarebbe stato sicuramente maggiore. Ciò nonostante la scena mi ha fatto pensare a quanto questo Paese sia cambiato e soprattutto a quanto stia cambiando: a prescindere dall’appartenenza partitica, il contatto con quello che fu il modello svedese, con i momenti di comunione ideologica, con la partecipazione attiva alla vita pubblica, non esiste quasi più. Quando esiste, tale contatto è ormai relegato alle generazioni più anziane, a quelle che fra dieci/quindici anni si lasceranno dietro il vuoto. Un vuoto di pubblico. Un vuoto sempre più pieno di individualismi di vario genere.

Tutto questo, nonostante sia spesso sbagliato essere nostalgici di ciò che fu (soprattutto se non si è vissuto in prima persona) lascia un amaro strascico di tristezza.

Fine dell’Alleanza?

Da poco, una persona che legge questo blog mi ha domandato il perché mi piacciano i Socialdemocratici svedesi. Io ho risposto che no, non mi piacciono, ma se quando parlo di politica li cito molto spesso è perché: 1) hanno scritto – quasi da soli – tantissime pagine della recente storia politica svedese; 2) la società civile svedese – a prescindere dalle singole preferenze elettorali – è (stata) profondamente plasmata dalla socialdemocrazia da innumerevoli ed insospettabili punti di vista; 3) quello Socialdemocratico rimane uno dei due partiti più importanti della scena politica; 4) qualsiasi democrazia che si rispetti ha bisogno di un’opposizione forte, propositiva e decisiva: un qualcosa che alla Svezia, ultimamente, è mancato.

Detto questo, la nomina del nuovo portavoce Löfven ha portato i suoi effetti, com’era più che prevedibile: alcuni recenti sondaggi vedono il partito Socialdemocratico recuperare quel terreno inesorabilmente perso nel periodo di reggenza Juholt. Löfven, in particolare, ha superato persino il primo ministro Fredrik Reinfeldt in termini di fiducia e credibilità. Inoltre, la ex coalizione “rosso-verde” (all’opposizione) avrebbe concrete possibilità di vincere le elezioni se si votasse oggi. Tutti dati in notevole controtendenza rispetto a quelli a cui i vari sondaggi avevano abituato negli ultimi mesi.

I leader di Alliansen

I leader di Alliansen, da sinistra: Göran Hägglund (KD), Jan Björklund (FP), Annie Lööf (C), Fredrik Reinfeldt (M)

Le ragioni di tutto ciò sono varie. Löfven ha sicuramente portato aria nuova all’interno del partito Socialdemocratico e dell’opposizione: il “terreno recuperato” è probabilmente legato al fatto che tanti “figli prodighi”, eliminato il problema Juholt, abbiano deciso di tornare nella casa della rosa rossa. Stessa cosa si può dire in riferimento al Partito della Sinistra, con la nomina di Jonas Sjöstedt a portavoce (ne parlai anche qui).

In tutto questo, però, l’elemento nuovo e più importante riguarda Alliansen. Nelle ultime settimane i contrasti fra i quattro partiti della coalizione al governo si sono notevolmente esacerbati. Le questioni più rilevanti in questo senso sono state due:

1) il progetto Simoom, secondo cui l’istituto di ricerca del Ministero della Difesa svedese (FOI) – organismo ovviamente statale – avrebbe programmato, in cooperazione con importanti aziende svedesi, di installare una fabbrica di armamenti in Arabia Saudita. La legge svedese vieta esplicitamente qualsiasi export di materiale bellico, sia in direzione di regimi democratici, sia in direzione di dittature: tuttavia, la Svezia è uno dei maggiori produttori (ed esportatori) mondiali di armi, ed il progetto saudita – giustificato e appoggiato dal primo ministro Reinfeldt – ha sollevato numerose critiche anche tra le fila del Governo: una delle voci contrarie è stata quella del leader di Folkpartiet, nonché Ministro dell’Istruzione, Jan Björklund.

2) il dibattito sull’inseminazione artificiale per donne single ha ugualmente diviso la coalizione di centrodestra. Alla importante apertura fatta registrare da Moderaterna, Folkpartiet e Centerpartiet – unanimi nel voler modificare l’attuale legge per poter così consentire l’inseminazione artificiale anche alle donne single –  si è contrapposta la dura opposizione del Partito Cristianodemocratico.

A ciò, si aggiungono anche altre questioni più o meno spinose, tra cui spiccano i dibattiti su disoccupazione giovanile, questione palestinese ed euro. La solidità dimostrata negli ultimi anni da Alliansen non sembra più così sicura: ovviamente non sono i sondaggi a fare i governi ma le politiche messe sul piatto, e le prossime elezioni sono ancora lontane. Ma l’impressione è che – benché sia troppo prematuro per dirlo – ci possa già essere una leggera traccia di inversione di tendenza nella politica svedese. Vedremo quali saranno gli sviluppi.

Löfven, questo sconosciuto

Dopo una settimana intensa e dopo una serie di innumerevoli “no, grazie”, la segreteria del Partito Socialdemocratico svedese ha trovato il successore di Håkan Juholt, dimessosi una settimana fa. Trattasi di Stefan Löfven, primo segretario generale del sindacato IF Metall (una sorta di FIOM svedese). Un personaggio pressoché sconosciuto ai più, ma che sembra – secondo quanto emerge dalle prime impressioni – una figura abbastanza adatta all’importante ruolo di ördforande: capace ed esperto, sicuro conoscitore del mondo del lavoro e delle numerose problematiche che lo affliggono, con una buona dose di personalità e carisma a suo servizio. Ciò che di sicuro gli manca è un seggio in Parlamento, un qualcosa che potrebbe andare a suo vantaggio ma anche ritorcerglisi contro.

Stefan Löfven

Stefan Löfven

È ovviamente prematuro parlare delle sue idee e degli indirizzi politici che darà al suo mandato, ma la sua impostazione sarà presumibilmente più liberale che socialista. Alcune tematiche troveranno di sicuro dei muri di opposizione all’interno del Partito, altre riusciranno (nuovamente) ad avvicinare quella fetta di elettorato che ultimamente ha cercato rifugio nella coalizione di centrodestra o nel Partito della Sinistra (Vänsterpartiet).

Ma, indipendentemente da idee e programmi, la nomina di Löfven può costituire un primo passo in avanti nella ricostruzione di un’opposizione seria ed affidabile (cosa di cui la politica svedese ha urgentemente bisogno, come scrivevo anche qui). E tale nomina può aggiungersi, in modo quasi complementare, ad altri due importanti tasselli. Il primo, risalente a qualche settimana fa, riguarda l’elezione di Jonas Sjöstedt a portavoce del Partito della Sinistra, in sostituzione del troppo estremista Lars Ohly: il cambio di guida – secondo un recente sondaggio – ha portato il partito ad un 9,6% (+3,3% in un solo mese), un risultato che mancava dal 2004. Il secondo, in fase di definizione in queste ore, riguarda le sorti del Partito Cristianodemocratico (Kristdemokraterna), l’anello sempre più debole e sempre più in crisi della coalizione di centrodestra (Alliansen). Un anello che potrebbe risultare determinante in vista delle prossime elezioni politiche.

Tornando ai Socialdemocratici, i prossimi saranno mesi tempestati da tanti punti di domanda: apparentemente le dimissioni di Juholt, di per sé, non hanno dato riscontri positivi a livello di sondaggi. Sembra tuttavia sicuro che – almeno come effetto “luna di miele” – Stefan Löfven farà dimenticare le percentuali impietose fatte registrare ultimamente dai Sosse. Almeno nel breve periodo…

Äntligen, Juholt!

Äntligen, finalmente. Håkan Juholt, leader del Partito Socialdemocratico svedese, ha quest’oggi rassegnato le dimissioni dall’incarico. Una scelta obbligata, una decisione saggia benché parecchio tardiva: in appena dieci mesi di operato, esclusa la primissima fase del mandato, Juholt non è riuscito a risollevare le sorti del suo Partito, ormai da qualche anno non più in grado di rispondere efficacemente alle domande dell’elettorato svedese.

Håkan Juholt

Håkan Juholt

Viceversa. Alcuni sondaggi (di cui parlai qui) hanno impietosamente dimostrato quanto sia diminuito il consenso nei confronti di Socialdemokraterna negli ultimi mesi: un risultato storicamente negativo, equiparabile soltanto alla pesante crisi vissuta dal Partito negli anni Settanta.

Colpa del solo Håkan Juholt? Probabilmente no. Ma le varie vicende – soprattutto extraparlamentari – che hanno coinvolto l’ormai ex ordförande hanno giocato un ruolo decisivo e determinante. A dimostrare un sempre maggiore scetticismo non è stata soltanto la base del Partito, ma anche numerose ed importanti personalità al suo interno: per un lungo periodo si è cercato di insabbiare, in modo molto diplomatico (aspetto tipicamente svedese), il crescente discontento. Ma il vaso era ormai colmo: a poco è servito il tour di riparazione fatto da Juholt in tutta la Svezia, a niente l’ultimo disperato tentativo di rassicurazione esauritosi ieri sera.

Il percorso da intraprendere nei prossimi giorni è ancora altamente incerto: è la prima volta in assoluto che il Partito Socialdemocratico svedese si trova ad affrontare le dimissioni del proprio leader. Anche a livello statutario mancano delle precise regole in materia: la soluzione dei vari cavilli, presumibilmente, arriverà alla fine della prossima settimana. L’esigenza di eleggere quanto prima un nuovo leader è estremamente urgente: il terreno perso è stato tanto, il distacco elettorale dai partiti al governo è preoccupante, e la democrazia svedese – come ogni democrazia – ha bisogno di un leader e di un’opposizione competente, realista e di alto livello, di un leader e di una opposizione che possano costituire, almeno sulla carta, una valida alternativa di governo. Elementi che da qualche anno mancano (anche) da queste parti.

I nuovi modelli svedesi

Si parlava, qualche giorno fa, della delicata situazione che sta attraversando il Partito Socialdemocratico svedese ed il suo leader Håkan Juholt. Gli ultimi sondaggi Synovate non fanno che confermare impietosamente il trend già risaputo. Per riassumere al massimo, se si andasse a votare oggi, il blocco di centrodestra (Alliansen) porterebbe a casa una netta vittoria nei confronti dell’opposizione (52,8% vs. 41,2%). Ma il dato più significativo è senza dubbio un altro: Socialdemokraterna si sono attestati al 25,1% (una percentuale così bassa non si registrava dalla crisi degli anni Settanta), ad un -2,6% dalle ultime elezioni politiche del Settembre 2010 e ad un -9,8% dalle elezioni 2006. La crisi strutturale è evidente: secondo alcuni scienziati politici, il partito – se non avrà la consapevolezza ed il coraggio di cambiare repentinamente alcuni elementi (le dimissioni di Juholt sembrerebbero imprescindibili in questo senso) – potrebbe precipitare in un baratro tragicamente profondo nel quale sarebbe sostenuto esclusivamente dai fedelissimi (stimati nel 15% dell’elettorato complessivo della rosa rossa).

Jimmie Åkesson

Un partito che invece non conosce crisi è Sverigedemokraterna: un partito che non sta crescendo vertiginosamente, ma che sta comunque solidificando la sua base di consensi (il che, forse, è peggio). Il suo leader acqua e sapone, Jimmie Åkesson, ha abbracciato una strategia politica diretta e – ahimè – efficace: spogliatosi di ogni riferimento fisico e simbolico alla estrema ideologia su cui si basa il suo credo, sta lavorando in maniera precisa sulla dialettica e sulle etichette. Il nuovo termine adottato dall’establishment del partito è socialconservatorismo: in teoria, un insieme di nazionalismo, conservatorismo e welfare sociale. Un modello, sulla carta, inclusivo. Sulla carta.

Tuttavia, come fa notare Mats Lindberg (professore di scienza politica presso l’università di Örebro), la continuità con il precedente corso (basato su un mix tra nazionalconservatorismo e socialdemocrazia liberale) non è stata messa affatto in discussione. Ciò che è cambiato è soltanto la definizione di “nazione svedese”: se prima il concetto si basava esclusivamente sulla consanguineità e sull’appartenenza etnica, ora è l’identità culturale (medesima lingua e medesime tradizioni) a contare. Un cambiamento teorico, un cambiamento di termini, un cambiamento indirizzato solamente ad alimentare la linfa vitale dei “Democratici di Svezia”: il populismo. Il “nuovo” corso – sempre secondo Lindberg – non farebbe altro che accrescere e rafforzare le differenze e tenderebbe a dividere la cittadinanza svedese in tre distinte categorie, in stile apartheid: i nati svedesi (compresi i bimbi adottati da genitori che parlano svedese con una identità svedese o comunque nordica); gli assimilati alla nazione svedese (immigrati che parlano fluentemente lo svedese e che si identificano in tutto e per tutto nella storia e cultura svedesi); i non assimilati (tutti gli altri). E sono proprio questi “altri” a costituire il problema e la minaccia da sconfiggere, secondo Sverigedemokraterna. Alla faccia del modello inclusivo adottato.

Un leggero turbamento al populismo del partito potrebbe giungere da una serie significativa di dati: l’immigrazione in Svezia è diminuita del 6% in un anno e una parte sempre più grande di immigrati giunge in Svezia per lavorare. Tuttavia, però, il 35% di disoccupati iscritti all’ufficio di collocamento svedese è composta esclusivamente da “nati all’estero”: una percentuale, questa, in costante e preoccupante crescita (nel gennaio 2005 si attestava al 23%).

La Svezia è uno dei Paesi più efficaci in materia di integrazione, ma la questione – molto spesso confusa erroneamente con quella dell’immigrazione – è vista sempre di più come un problema dall’opinione pubblica. Soltanto la classe politica (fatta eccezione, benché con ottiche differenti, per Sverigesdemokraterna e Partito della Sinistra) non vede o fa finta di non vedere quanto sta accadendo. Il processo di ghettizzazione, nella società svedese, è un fenomeno sempre più evidente e dai risvolti tragici: il virus dell’egoismo sta infettando, giorno dopo giorno, quel residuo di società solidale che costituiva il cardine dell’ormai estinto modello svedese.

Credo che le chiavi del futuro di questo Paese si conoscano già: in questo post ne ho collegate alcune, sebbene in modo indiretto e sicuramente superficiale. Il mio dubbio e la mia preoccupazione è che quelle chiavi non vengano – o non vogliano essere – lette come si dovrebbe da chi di dovere.

Sinistri

Qualche settimana fa, qui in Svezia, è scoppiato un enorme scandalo politico: si è scoperto che il nuovo leader del Partito Socialdemocratico svedese, Håkan Juholt, ha percepito l’intero rimborso spese per l’affitto del suo appartamento, quando invece – convivendo con la compagna che diritto a rimborsi non ha – avrebbe dovuto beneficiare della metà. Risultato? La credibilità e l’appeal del principale partito d’opposizione (e, sino alle scorse elezioni, sebbene di pochissimo, il più forte partito di Svezia) sono crollati ai minimi storici. Non che il trend fatto registrare negli ultimi anni fosse di per sé confortante, ma la scelta di Juholt come ordförande e – successivamente – le vicende che lo hanno coinvolto, hanno fatto precipitare la situazione.

Håkan Juholt

Håkan Juholt

Oltre alla vicenda dell’appartamento (si dice che il baffuto Håkan dovrà restituire al fisco circa 160.000 corone), è stata assurda – a mio parere – la scelta di non presentarsi ad un dibattito televisivo con i leader degli altri partiti del Parlamento. Il motivo è presto detto: visto che lo studio che ospitava il dibattito era stato diviso in due (una parte era riservata ai leader dei partiti al governo, l’altra a quelli dell’opposizione), Juholt ha disertato l’incontro perché al suo fianco avrebbe avuto il portavoce di Sverigedemokraterna (il partito di estrema destra salito alla ribalta delle cronache internazionali in occasione delle ultime Politiche svedesi). Ovviamente non bisogna farsi vedere in cattiva compagnia (e forse, soprattutto, non bisogna rendere evidente quanto alcune idee dei due partiti siano simili).

Ah già: tanto per farsi ancora più del male, pare che il nostro Håkan abbia recentemente dichiarato quanto gli sia difficile ed arduo alzarsi dal letto la mattina, aggiungendo che lo fa solo perché deve. E poi si dice che la sinistra italiana sta male: non è che quassù se la passa poi tanto meglio…