Dalla Russia con amore

Piazza Rossa

La Piazza Rossa: Cattedrale di San Basilio, Cremlino, Mausoleo di Lenin

E poi un giorno ti svegli, ti affacci alla finestra, e milioni e milioni di auto sfrecciano – come formiche impazzite – in una prospettiva di sei corsie, lunga chissà quanti infiniti chilometri.

Buongiorno Mosca!

Sino a ieri un grosso punto sulla carta geografica, lì in alto a destra. Un mistero lontano, studiato nei libri ma scoperto ancor prima nei telegiornali effetto seppia degli anni Ottanta: io bambino, dall’altra parte la fronte maculata di Gorbačëv, simbolo di qualcosa che ancora non capivo ma che avvertivo immenso.

Il traffico di Mosca

Il traffico di Mosca

Ricordo il 3 ottobre 1993. Ero davanti alla tv quando i carri armati bombardavano la Casa Bianca, sede del Soviet Supremo russo. Ora sono qui. Bevo un drink nel bar della Mercedes, all’ultimo piano di uno di quei grattacieli gotico-staliniani che occupano lo skyline di Mosca. La Casa Bianca è di fronte a me, intatta. Svetta luminosa in questa galassia terrena. Quante cose sono successe là fuori, penso…

Mosca è una di quelle città in cui passato e presente si fondono indiscriminatamente, in un amalgama di edifici, etnie, abbigliamenti, odori, stili di vita. Mosca è il riflesso delle insegne di McDonalds sulle falci e martello che ancora danno mostra di sé. Mosca è uno scontro di ideologie: è il risultato di un crash terribile tra una povera e semplice tradizione ed un sempre più prepotente consumismo, fatto di grandi firme e di prezzi improponibili.

Metro

Una delle stazioni metro di Mosca

Mi aspettavo, lo confesso, qualcosa di diverso da questa città. Temevo che il senso di oppressione provato a Minsk qualche anno fa potesse farla da padrone anche qui. Temevo di sentirmi minacciato da un ambiente poco amichevole, spaventato dai più o meno recenti episodi di confine. E invece no: ho trovato gente cordiale e disponibile, che vive in una sorta di calma apparente. Ho trovato una città attiva, abbastanza pulita, grigia e verde allo stesso tempo, estremamente trafficata.

SUV e monovolume si muovono a milioni in un silenzioso, rapidissimo, micidiale caos. Le auto incolonnate misurano chilometri: si superano, tagliandosi la strada, spesso si scontrano. Impossibile essere pedone, se non nei sottopassaggi, nelle zone tra una prospettiva e l’altra e nei punti più simbolici della città.

Come nella Piazza Rossa, ad esempio. Grande sì, ma – come spesso accade – non così grande come avevo immaginato. Il colpo d’occhio è comunque emozionante: il Cremlino con le sue chiese ed i palazzi del potere, la Cattedrale di San Basilio, il Mausoleo di Lenin, l’immenso GUM. Mi sento al centro di una cartolina di altri tempi.

Mosca - Parco Gorky

“I follow the Moskva down to Gorky Park listening to the wind of change”

Complice anche il tempo clemente, tra autentiche “nevicate” di semi di pioppo, mi perdo tra le strade dell’Arbat, mangio azerbaigiano, turco e russo, faccio una passeggiata negli “Stagni del Patriarca” (laddove comincia “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov) e, tra una stazione metro ed un’altra (vere gallerie d’arte), faccio una capatina nel famoso Parco Gorky. La gente si diverte, balla a ritmo brasiliano, mangia un gelato, si riposa, ride. Anche a Mosca è arrivata l’estate.

Le cose da fare e vedere sono tante in questa città e tre giorni sono pochi. Ma come primo assaggio va bene così.

Con lo sguardo all’insù

Gråsparv

Gråsparv

Il miracolo di Kungsträdgården

Come ogni anno, benché questa volta con leggero anticipo rispetto al solito, i ciliegi giapponesi di Kungsträdgården si sono vestiti di rosa per i loro gloriosi dieci giorni. È uno spettacolo che si rinnova, ma di cui non finirò mai di stancarmi.

 

Kungsträdgården

Kungsträdgården

Kungsträdgården

Kungsträdgården

Feste mancate

20120630_2631-300x200“Il prossimo anno compio 90 anni. Voglio festeggiare qui, in campagna, con tutta la famiglia”.

Così dicesti la scorsa estate, durante una cena, in una di quelle luminose e tiepide sere che solo il Norrland regala. Dicesti così, e nessuno dubitò allora delle tue parole, nessuno mise in discussione la tua promessa. Nessuno pensò che quella promessa potesse essere disattesa.

Ricorderò sempre la prima volta che mi accogliesti in quella casa di campagna. Era estate ed era il tuo compleanno. Mi dedicasti un brindisi di benvenuto. Ricorderò la cena sarda che un giorno ti preparai. Ricorderò la tua forza interiore e la tua cultura. Mi sei stata nonna, ma per troppo poco tempo.

Te ne sei andata e non manterrai la tua promessa: non ci sarà nessuna festa per i tuoi 90 anni.

Te ne sei andata. Nel giorno del mio compleanno.

La Grande Bellezza

La Grande Bellezza

La Grande Bellezza

Qualche sera fa ho visto il tanto atteso film “La Grande Bellezza”. Ho lasciato passare qualche giorno prima di provare a parlarne, prima di dire la mia modesta opinione da comune spettatore. La curiosità era sicuramente tanta: dopo l’acceso dibattito italiano di qualche settimana fa (che non ho seguito tantissimo, a dire il vero) e dopo le recensioni ed i vari articoli usciti sulla stampa svedese*, volevo farmi un’idea.

“La Grande Bellezza” è riuscito ad emozionarmi come difficilmente succede. Accanto ad una Roma magnifica (il caso ha voluto che alcuni posti presenti nel film li abbia visitati durante il mio viaggio dello scorso settembre), ad una regia a tratti strepitosa, ad una sceneggiatura poco scontata e con tanti richiami al miglior cinema italiano del passato, c’è stato l’elemento più profondo di tutto: il significato. O meglio la possibilità, lasciata aperta, di interpretarne il significato.

Ecco, è stata la mia personale interpretazione ad emozionarmi; è stato il ritrovarmi in certi ragionamenti, in certi pensieri, in certe frasi. Perché in fondo la grande bellezza non esiste. E se esiste è irraggiungibile.

 

*In particolare, un articolo pubblicato dal Dagens Nyheter di qualche giorno fa, a firma di Kerstin Gezelius, si è mostrato molto critico nei confronti del film (e dell’Italia in generale). Ne traduco un piccolissimo stralcio. Scrive la Gezelius:

[A vedere il film] viene spontanea la voglia di vomitare. Deplorevole il fatto che sarà proprio questo film a rappresentare l’Italia nel mondo. Cambierà mai qualcosa? C’è un uomo bianco, di mezza età, con un abito bianco nel ruolo di protagonista? Sì. C’è la parola bellezza o amore nel titolo? Sì. Ci sono donne poco vestite o prostitute nel film? Sì, in abbondante quantità. […] È sempre la stessa storia [nei film italiani e nella stessa Italia], oggi come allora, perché non è cambiato niente [rispetto al passato].

E la chiamavano primavera…

Di solito il mese più pazzo, a queste latitudini, è aprile. Quest’anno potrebbe funzionare senza problemi il famoso detto italiano…

 

Il marzo pazzo di Stoccolma

Il marzo pazzo di Stoccolma

 

 

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