Maldisardegna

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Sardegna possibile?

sardegna-possibile-per-homeÈ la prima volta che manco all’appuntamento con il voto alle regionali sarde. Mi dispiace perché, soprattutto questa volta, credo che ci sia davvero bisogno del contributo di tutti: occorre mandare a casa Cappellacci e i suoi amici senza troppi patemi d’animo. Cinque anni di politiche distruttive, di regresso, di prese in giro non hanno certo contribuito alla situazione già precaria in cui si trovava la Sardegna.

Certo, mandare a casa Cappellacci sarebbe più semplice se ci fosse una sola alternativa davvero convincente. Invece di alternative – almeno per quel che mi riguarda – ce ne sono due, ma entrambe sono convincenti soltanto a metà (e forse nemmeno). Pigliaru non ha una politica di prospettiva, è un dottrinario e rimane troppo ancorato all’apparato di partito e, di conseguenza, alla politica nazionale (su cui non mi pronuncio per carità di patria); Michela Murgia è inesperta, ha tanti punti poco chiari ed altri poco condivisibili, ma credo che porti un elemento di novità importante: la scelta di staccarsi dalle logiche – illogiche – nazionali (le quali condizionano loro malgrado tutte le elezioni amministrative) e di spostare il focus alla sola Sardegna. Non mi piace molto l’atteggiamento da grillina indipendentista che la stessa Murgia ha fatto suo, ma sono sempre più convinto che la strada più giusta per la mia regione debba fare per forza rotta verso un’autonomia sempre più marcata: politica, economica e – in parte – culturale.

Certo, nel caso toccasse a lei governare dovrebbe circondarsi di persone attente e capaci (la lista dei possibili assessori – già presentata – non convince affatto). In ogni caso il mio voto virtuale va a lei.

 

Forza Sardegna, sempre e comunque

Disegno di Zambo tattoo

Disegno di Zambo tattoo

La Sardegna, per me, è un concetto fatto di contrasti: non ci abito più ma è sempre la mia casa, l’ho lasciata ma la penso sempre, ci litigo, mi fa incazzare, a volte la detesto. Ma continuo ad amarla. E la amo di un amore sincero, non stereotipato, spoglio dalle facili idealizzazioni: un legame che cresce col tempo e, assurdamente, con la lontananza.

È vero che si tende ad apprezzare maggiormente le cose quando non le si hanno più, o quando si rischia di perderle. Ed è pure vero che la sardità è un sentimento che – certo – si può costruire e modellare in patria, ma che in fin dei conti trova la sua massima realizzazione fuori dai confini dell’isola, non appena si varca il mare: limite fisico, ma anche membrana isolante –  seppur permeabile.

L’essere sardi in Sardegna è totalmente diverso dall’esserlo fuori dalla Sardegna. Il senso di appartenenza ad una grande casa lontana elimina le piccole differenze: fuori non esistono sassaresi, campidanesi e barbaricini. Fuori esistono soltanto sardi e la loro unica sardità, di cui andare fieri a prescindere. In Sardegna, al contrario, ci si dimentica molto spesso di essere sardi: a volte si vive la sardità con imbarazzo, con senso di inferiorità, con pregiudizio, con diffidenza reciproca e campanilismo. In Sardegna, molto spesso, ci si dimentica della Sardegna stessa: siamo tutti molto bravi a parlare con i nostri amici continentali delle bellezze uniche della nostra terra, della nostra cucina, della nostra antica storia, della nostra lingua tanto difficile da capire. Ma poi ci chiudiamo nelle nostre case, ci preoccupiamo di più per ciò che succede nei Palazzi romani piuttosto che in quelli cagliaritani, a scuola non studiamo la benché minima traccia della nostra esistenza e tra noi parliamo sempre più italiano.

In Sardegna ci si dimentica che di Sardegna ce n’è una sola. Ci si ricorda di essere sardi e che quella terra è veramente la propria terra quando la distruzione e la morte bussano alla propria porta. Quando, come sempre, è ormai troppo tardi. Quando, dopo decenni di negligenze, di crimini, di abusi, di esaltazione del mattone e del cemento ci si chiede perché. Perché è successo? Perché proprio a me, a noi, alla Sardegna?

Alle domande retoriche si aggiungono poi altre forme di retorica. Si ripresentano così, puntuali, la sardità di occasione e quella di convenienza. Si torna ad essere tutti e nuovamente sardi, ci si stringe tutti e nuovamente sotto la bandiera dei quattro mori, ci si appella alla giustizia, si dichiara guerra a non meglio precisati nemici piuttosto che combattere quell’atteggiamento, quella filosofia imperniata di egoismo ed ignoranza che quei nemici ha creato e ha dato loro autorizzazione ad agire.

Certo, stringiamoci sotto la nostra bandiera, sentiamoci popolo, piangiamo i nostri morti e facciamoci forza. Ne abbiamo bisogno. Ma poi non dimentichiamoci di quello che è accaduto e traiamo dalle nostre colpe una lezione per il futuro. Sentiamoci sardi sempre e ovunque: in Italia, all’estero, ma soprattutto in Sardegna.

 

 

Se gli svedesi scoprono Cagliari

La Sardegna fa sempre più breccia negli scandinavi. Lo confermano i sempre più numerosi collegamenti diretti tra le città nordiche ed i maggiori aeroporti dell’isola. Novità di quest’anno è il collegamento tra Stoccolma e Cagliari, con inaugurazione il 29 giugno. Peccato che durerà solo due mesi, dico io.

"Qui c'è la pasta da sogno" - DN, 17-03-2013

“Qui c’è la pasta dei sogni” – DN, 17-03-2013

Nel mentre aumentano chiaramente anche i pacchetti turistici messi a punto dai vari tour operator. La zona più gettonata è ovviamente la solita, quella settentrionale: Alghero e Costa Smeralda, si sa, hanno il loro fascino e la loro fama. Ma, ultimamente, l’attenzione si sta spostando anche un po’ più a sud, alla costa meridionale ed alla città di Cagliari in particolare.

È di oggi un articolo del principale quotidiano svedese, Dagens Nyheter, firmato da Annika Goldhammer. Il titolo: “Här finns drömpastan“, “Qui c’è la pasta dei sogni”. Il riferimento è agli spaghetti alla bottarga – di cui la stessa giornalista si è appassionatamente rimpinzata – serviti nella celeberrima trattoria cagliaritana “Lillicu”, nella Marina: “Lillicu – scrive Goldhammer – è quel tipo di trattoria che è talmente popolare che si rischia di dover dividere la tavola con sconosciuti. Nei muri sono appese foto di famiglia in bianco e nero e cestini intrecciati. Nei tavoli non ci sono tovaglie, il vino viene servito in piccoli bicchieri di vetro e il cibo è semplice“.

Cagliari – continua Goldhammer – è una delle città europee, in cui trascorrere un weekend, in assoluto più sottovalutate. È una grande città in cui si può fare shopping, prendere un aperitivo in qualche bar mondano, visitare quartieri pieni di storia, passeggiare nella bella spiaggia del Poetto“. E, soprattutto, è molto meno cara di Venezia.

Un bel biglietto da visita per la città, dico io. E un po’ di pubblicità per la trattoria.

Ora, cari miei cagliaritani, se incontrate – per le vie di Casteddu – dei vichinghi che emettono strani suoni, che fanno colazione con la birra e che esclamano “oj vad gott, oj vad fint“, sapete di chi è la colpa. Scherzo ovviamente 😉

Un po’ di Giappone a Cagliari

Una scena del cartone ambientata vicino alla Cattedrale

Una scena del cartone ambientata vicino alla Cattedrale

Dopo “Tottoi”, dal Giappone arriva un altro cartone animato interamente ambientato in Sardegna, per lo più a Cagliari. “Campione!”, questo il titolo, è attualmente in onda su vari canali televisivi nipponici ma è disponibile – sottotitolato in italiano – anche in questa pagina. Questa la trama (da wikipedia):

Kusanagi Godo è uno studente di sedici anni, che all’età di quindici anni ha ucciso la divinità persiana “Verethragna” ed ha assunto il titolo “Campione (assassino di dei)”. Erica Brandelli è una ragazza italiana di sedici anni, “Gran Cavaliere” della società magica “Bronze Black Cross” ed ha combattuto insieme a Godo nella lotta contro Verethragna. Godo non ama combattere, ma il titolo di “Campione” lo costringe ad accettare le sfide che gli vengono lanciate da qualunque altro Campione o da qualunque altra divinità vendicativa.

Io non sono assolutamente appassionato di anime, ma vedere la propria città in un cartone animato fa un certo effetto! Aggiungo che la fantasia dei giapponesi non finisce mai di stupirmi. 😉

Tre settimane, in breve

Tre. Sono tre i mesi di autonomia lontano dalla Sardegna e sono tre le settimane minime (e forse anche massime) di permanenza nell’isola. Ormai sono questi i miei ritmi. Ogni qualvolta mi distacco dal suolo sardo non so mai, con precisione, quando ci rimetterò piede: tuttavia la nostalgia ed il desiderio di tornarci arrivano dopo circa novanta giorni di vita svedese.

Quando finalmente ci torno, in Sardegna, la prima settimana passa molto velocemente: riabituarsi agli orari, al cibo, all’inevitabilmente diverso decorrere delle giornate, richiede un certo tempo ed un certo sforzo mentale. Nella seconda settimana di permanenza si ricomincia a riassaporare quello che, con un ormai lontano check-in di sette anni fa, si è lasciato in una preziosa ed inestimabile scatola di ricordi e di esperienze: un qualcosa che, proprio grazie a quello stesso check-in, ora si riesce veramente ad apprezzare nella sua interezza. Un qualcosa che, se fosse rimasto quotidiano, non avrebbe oggi la stessa importanza ed intensità.

Costa Rei: il primo bagno della stagione

Costa Rei: il primo bagno della stagione

Ed è qui che ci vorrebbe una terza settimana: giorni in cui si è nuovamente dentro – a pieno regime – alla vita precedente. Giorni in cui è lecito pure stancarsi e sentirsi nuovamente stretti. Giorni in cui è forse normale sentire la mancanza per l’altra vita, la seconda: cresce un po’ di nostalgia per la tua Stoccolma, per la tua donna, per il tuo divano, per quella diversità a cui sei ormai talmente abituato che è impossibile rinunciarci.

Tuttavia, questa volta, la terza settimana non c’è stata. E così nel bagaglio del ritorno ho dovuto impacchettare con uno spago di amarezza anche quel senso di incompiuto e di nostalgia ex ante, un sentimento che tende comunque a dissolversi man mano ci si avvicina alla Svezia.

Quelli sardi, in ogni caso, sono stati giorni tranquilli e sereni: tra famiglia, passeggiate ed il primo bagno della stagione, ho ricaricato per bene le batterie in vista di un’altra estate di lavoro. E poi, come da recente tradizione, non poteva mancare neanche stavolta “l’incontro da aeroporto”: stavolta niente sospetti assassini di Olof Palme, né immigrati svedesi in Sardegna, bensì un signore per bene di Verona, a Cagliari in viaggio di lavoro, che ha condiviso con me la sua visione attuale della società e della politica italiana: la crisi devastante, la non esistenza di una alternativa seria e capace alla guida del Paese, il “colpo di Stato di Re Giorgio”, e così via. Una visione tutto sommato molto simile alla mia.

A Stoccolma, nel frattempo, è esploso il verde ed il periodo più bello dell’anno. Occorre viverlo con intensità, prima che si dissolva nell’arancione delle prime foglie autunnali.

Come si dice “cannonau” in giapponese?

Tottoi

Tottoi

Per saperlo basterà guardare il cartone animato “Tottoi”, ispirato all’omonimo romanzo di Gianni Padoan e prodotto dalla Nippon Animation nel lontano 1992. Diffuso in altre parti del pianeta, è però inedito in Italia: soltanto nella giornata di ieri, durante un festival cinematografico svoltosi a Dorgali (Nuoro), il cartone ha avuto la sua “prima” italiana, benché in versione ridotta. Di seguito un video di presentazione, tratto da youtube.

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