Categoria: Cosevecchie

Vicini di macchina

Il mio quartiere è molto particolare. O meglio: in giro si incontrano “cose” che è difficile vedere in altre parti di Stoccolma, o almeno in quelle a me finora note. Tra le varie “cose”, ce ne sono due nello specifico che mi hanno colpito: estrema concentrazione di saloni di parrucchiere; estrema concentrazione di automobili datate. Proverò a cercare una certa correlazione filosoficostatisticosociologica tra i due insiemi, lo prometto. Per il momento mi limito a regalare alla rete ciò che vedo molto spesso dalla mia finestra: una Opel Ascona, modello B se non erro (fine anni Settanta di tre secoli fa), con un passeggero di tutto rispetto nel sedile posteriore. Rigorosamente assicurato alla cintura. Ché da queste parti non si sa mai…

L'Opel Ascona

Autodisciplina

Mai un passaggio con rosso, mai un divieto di sosta, mai un divieto di transito, mai nessuna cosa simile. Insomma, da quando ho la patente, non ho mai avuto problemi con il codice della strada: sarò fatto male, ma anche in Italia il rispetto delle regole veniva prima di tutto il resto. E lo assicuro: non era un problema di mancato controllo delle autorità.

In Svezia, per me, funziona allo stesso modo. E forse l’attenzione che presto per certe cose è ancora maggiore: gli svedesi non sono i migliori automobilisti del mondo, ma – tendenzialmente – hanno una “autodisciplina” abbastanza sviluppata. Benché esistano delle eccezioni sconvolgenti.

Il maledetto tagliandino

Disciplina e attenzione, tuttavia, alle volte non bastano: negli ultimi tre mesi ho preso due multe.

La prima sotto il vecchio palazzo: nella stradina condominiale il parcheggio era consentito solo per operazioni di carico e scarico. Ma io avevo le mie belle sporte di spesa da scaricare, e tutte le autorizzazioni del caso per sostare. L’errore fatale è avvenuto immediatamente dopo: era sabato sera inoltrato, già buio, pioveva ed ero stanchissimo. Ho deciso di fare una doccia prima di parcheggiare l’auto nella strada normale, anche perché – là dove era – non intralciava niente e nessuno. Beh, la lieta sorpresa da 300 corone non ha tardato a raggiungermi: tagliandino giallo nel parabrezza, rigorosamente impermeabile, e sabato sera rovinato.

La seconda sotto il nuovo palazzo: strada normale, ma vicolo cieco; 3 metri di larghezza, ovviamente doppio senso; parcheggio permesso da ambo le parti. Lato destro tutto già occupato: decido di parcheggiare sul lato sinistro. Il giorno dopo la nuova sorpresa sul parabrezza, e questa volta di 900 corone: no-ve-cen-to-co-ro-ne!!! Motivazione? Ho parcheggiato in senso opposto a quello di marcia! Il codice della strada svedese parla chiaro (come quello italiano), l’errore è stato mio. Avrei dovuto fare inversione. Ciò che mi disturba è che in una strada più larga non avrei mai fatto una cosa del genere. Ma in una strada stretta, e per giunta senza uscita…Non hanno altro da fare i “vigili urbani” di Stoccolma?!

Concetti Relativi

Le latitudini nordafricane di Cagliari permettono molto raramente, alla neve, di arrivare sui tetti delle case, di imbiancare alberi e strade. Quando ero bambino, vivere così a sud – e per giunta in riva al mare – era un problema: avevo sempre sott’occhio un termometro, e spesso mi immedesimavo nella parte di apprendista meteorologo. Speravo nevicasse. Guardavo i movimenti delle nuvole, cercavo di capire la direzione dei venti, o il tasso di umidità: cose da bambini, certo, giustificate però da quella cultura popolare secondo la quale dieci gradi centigradi significano freddo, cinque significano gelo, zero significano “guai se esci di casa ché ti viene la polmonite”.

Crescendo ho capito che la meteorologia non faceva per me e che il concetto di freddo è soggettivo e, soprattutto, relativo. Nel mentre ho visto tanta neve, talmente tanta che è diventata una cosa normale e monotona. Quasi un problema.

Il discorso, se inteso come metafora, si può estendere facilmente a tutti gli aspetti della quotidianità della vita.

Più passa il tempo, e più mi rendo conto di essere stato fortunato: non solo di aver avuto modo di conoscere e sperimentare tante cose, ma soprattutto di essere stato in grado di coglierne le sfumature, le differenze, i particolari; di aver trovato un giusto equilibrio tra i vari estremi; di aver raccolto tanti elementi di ricchezza, che custodisco gelosamente.

Isolare il mio retroterra culturale non è stato semplice. Il proprio punto di vista, il proprio sistema di valori e credenze, è un ostacolo difficile da sormontare quando si valutano usi e costumi diversi da quelli d’origine: la tendenza è quella di inquadrare con la stessa lente realtà lontane e diverse tra loro. Ed è una tendenza sbagliata, che – se perpetuata – crea fraintendimenti, scontri, frustrazione.

Io credo di aver vinto la sfida con me stesso. Ho imparato a vivere la Svezia con occhi nuovi, ed a non usare la mia italianità (e sardità) come metro di giudizio della realtà svedese; ho imparato a cogliere i pregi di questo Paese, ed a considerarne i difetti come un invito al miglioramento; ho capito che la vera integrazione non consiste nel comportarsi – in modo forzato – “da svedese” né, tanto meno, nell’accentuare la propria nazionalità. E certo, il mio carattere mi ha dato una grossa mano in tutto questo: la Svezia è un habitat naturale per i miei silenzi e le mie solitudini, ma anche per i loro opposti; qui ho trovato la libertà dal pregiudizio, dal falso moralismo e dal bigottismo altrui; qui sto mettendo radici e qui cresceranno i miei figli, compagna permettendo.

P.S.: nonostante non badi più alla direzione delle nuvole e del vento, il termometro sott’occhio ce l’ho sempre: con dieci gradi esco tranquillo, con cinque metto guanti e sciarpa, con zero…”invidio” quei bimbi che giocano all’aria aperta senza problemi.

Psico(pato)logia da trasloco

Lasciare la strada vecchia per la nuova, si sa, mette sulla bilancia due pesi: da un lato, la consapevolezza della vita vissuta, del passato; dall’altro, l’incertezza della vita da vivere, del futuro. Impossibile trovare un equilibrio emotivo a distanza di pochi giorni, e probabilmente neanche gli anni potranno nell’impresa: il paragone tra due strade, a volte, non si può fare. Punto.

Il vecchio palazzo

Il vecchio palazzo

Le due strade, in questa mia circostanza, hanno esattamente il loro significato fisico. Ma non solo. E’ qualche giorno che ho preso possesso, assieme alla mia compagna, di una nuova casa: rispetto alla precedente è più grande, più funzionale, più vivibile, più nostra. Certo, benché accatastate per bene in logica-tetris, le flyttlådor – le scatole da trasloco – invadono ancora parecchi metri quadrati; ed è vero, l’appartamento è ancora praticamente spoglio di arredamento ed occorrerà viverlo intensamente per qualche mese prima di poter acquistare una linea armonica e funzionale di mobili. A prescindere da tutto ciò, il salto di qualità è comunque evidente, e di questo ne sono felice.

Ma questo trasloco, per me, ha avuto un significato più profondo. Ho vissuto nella vecchia casa per tre anni, ossia da quando il caso – in congiunzione con la volontà – mi ha voluto in Svezia. In quel piccolo appartamento ho riso e pianto, gioito e sofferto, studiato e lavorato; in quel buco di mezzo metro quadro ho cucinato, ho coltivato le mie piante, ho guardato lo scorrere delle stagioni nei tramonti e negli alberi del giardino, ho visto per la prima volta un programma su SVT, ho accolto amici e parenti, ho parlato italiano, svedese, inglese e sardo, ho fatto centomila scalini per raggiungere la tvättstuga, ho assistito all’arresto della mia vicina pazza e ho trovato una moneta da 25 öre nello scarico della vasca. In quel piccolo appartamento sono cresciuto, ho imparato a convivere con la mia compagna, ho limato i miei difetti ed ho continuato a mettere su la mia vita, mattone dopo mattone, in silenzio, senza dare nell’occhio.

Quella casa è stata una sorta di porta dimensionale non solo tra due realtà, ma anche tra due vite diverse. La sensazione, da qualche giorno, è che sia cominciata per me una nuova fase di quella seconda vita. Tutto mi sembra paurosamente più adulto, più definitivo, e nonostante sia sempre stato abituato – mio malgrado – a bruciare tante tappe della mia esistenza, la dose di responsabilità sulle spalle, stavolta, sembra un bel po’ più pesante da portare. E non solo in senso economico. Ma forse è tutta colpa mia: la devo smettere di pensare che la coppia che ci ha venduto l’appartamento si è trasferita perché in attesa di un piccolo pargolo…

Vento d'autunno, amico di ieri

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Quando si fanno le scelte di vita, quelle importanti, tornare indietro è difficile. Ci si affida allora ai dubbi di rito “Se fossi rimasto… Se non fossi partito… Se avessi accettato quella proposta…“, ai ricordi, e alla idealizzazione del proprio passato. E’ un mix turbolento che in certi periodi si fa più vivo nei miei pensieri, è una sensazione che oscilla tra l’assurdità pirandelliana de Il fu Mattia Pascal e le dimensioni parallele del più leggero Sliding Doors.

A ciò si aggiunge la lontananza da casa: non soltanto da quell’edificio in fredda muratura che ha circondato tanti giorni della vita, quanto da quel concetto astratto, percepibile solo dai sensi, in grado di riscaldare anche i momenti di più dura solitudine. E per noi Sardi, come scrissi qualche tempo fa, esiste davvero quel fattore in più, nominato per semplicità “mal di Sardegna”.

In certi momenti vorrei avere la spiaggia di Cagliari ad un chilometro da casa, proprio come qualche anno addietro: passeggiare nel suo deserto d’autunno, respirare lo scirocco d’Africa “intriso di sabbia”, accompagnare con lo sguardo il tramonto dietro la città, bagnarmi di pioggia rossa di Sahara. In certi momenti quel “vento d’autunno, amico di ieri” mi manca davvero, nonostante sia stato lui a guidarmi verso “una nuova realtà”, spinto “da un sogno di libertà”, proprio come fece con gli “antichi pionieri”.

E forse è proprio perché ormai sono in una nuova realtà che sarebbe sbagliato tornare indietro, ricercare l’origine di quel vento, e aspettarsi che tutto sia esattamente come tutto era. Sono davvero pochi gli amici di ieri ad essere ora amici di oggi: probabilmente anche lui, il vento, si è stancato di consigliare la strada e di accompagnare i pensieri. Probabilmente ora, quel vento, “toglie il sonno a chi riposa, sporca solo la città”. E basta.

Per un pelo

Il Feta è un formaggio greco, di latte di pecora, fresco e salato. Nonostante non ami particolarmente i latticini, io ne vado pazzo: lo metto nelle insalate, nelle torte salate di spinaci e di peperoni, nella pasta…

Formaggio Feta

Formaggio Feta

Qualche mese fa, il fattaccio: in una confezione di Feta ho trovato un piccolo ricordino lasciato da un operaio del caseificio. Per ragioni di ordine pubblico preferisco censurare l’esatta provenienza dell’oggetto, ma i più perspicaci capiranno senza problemi.

Ordunque che fare? Decido per il reclamo via internet. Compilo un form nel quale spiego l’entità dell’intruso, inserisco il codice del prodotto, il mio indirizzo e la mia email. Il giorno dopo la risposta: l’azienda mi prega di inviare il reperto “per le dovute analisi”, senza affrancatura, via posta ordinaria! Impacchettato per bene, lo invio.

Oggi l’epilogo. Con una lettera, l’azienda – sul diffidente andante – si scusa per il “noioso” episodio, mi fa presente quanta importanza dia alla sua politica di igiene (e qui non potrebbe essere diversamente), e mi invita “volentieri” a comprare altri prodotti della catena usando i buoni d’acquisto – 70 corone in totale – allegati alla missiva. In più mi invia due piccoli ricettari.

Ok, ora mi chiedo: cosa sarebbe successo in Italia per un caso simile? L’azienda si sarebbe dimostrata così disponibile? Mi avrebbe risarcito per il “noioso” episodio? E i ricettari, me li avrebbe mandati? Ho i miei dubbi.

Ciò che mi sconvolge di più, però, è un altro quesito: a qualcuno sarà mai capitato di inviare un pelo via posta?

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