Cosesvedesi

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Sakta vi gå genom stan [Monica Zetterlund]

Tra le canzoni “ambientate” a Stoccolma che io preferisco c’è sicuramente “Sakta vi gå genom stan”, portata al successo da una delle più grandi cantanti jazz della storia musicale svedese: Monica Zetterlund. In realtà la canzone è una cover di “Walkin’ My Baby Back Home”, pezzo del 1930 di cui esistono tantissime interpretazioni, ma la versione svedese racconta un po’ la Stoccolma che fu e che in parte c’è tuttora: una coppia che passeggia in città, i profumi dell’estate, i suoni della notte, i tram su Västerbron…

Le immagini, sicuramente girate prima del così chiamato “giorno D” (il 3 settembre 1967, quando in Svezia la circolazione automobilistica passò dalla sinistra alla destra), mostrano come fosse e come sia cambiata la città in questi ultimi cinquant’anni. Da un certo punto di vista sarebbe interessante poter tornare indietro nel tempo, magari soltanto per un giro in tram, e dare un’occhiata a come si viveva da queste parti.

 

Di Svezia, di energia, di sesso e disinformazione

Ci risiamo. Ecco un articolo italiano che interpreta, in modo a dir poco discutibile, un rapporto sulla presunta “capacità di 59 Paesi di salvaguardare le necessità delle rispettive future generazioni”. Un rapporto che, basandosi sull’analisi di vari indicatori, vede la Svezia piazzarsi nella prima posizione della speciale classifica.

Ad un primo impatto avrei qualcosa da ridire su questo documento, ma non sono andato nel dettaglio e non voglio esprimere giudizi. Penso tuttavia che raccontare una società attraverso i numeri sia troppo spesso ingiusto e che, altrettanto spesso, costituisca una strategia non proprio disinteressata. Ma questo è un altro argomento.

Ciò che mi ha sicuramente colpito di più è l’articolo del Corriere.it, in particolare questo stralcio:

 

Fastcoexist

 

Sulla politica energetica svedese lascio ai più interessati il compito di fare qualche ricerca a proposito: a me basta dire che la situazione è un tantino diversa da quella descritta da Corriere.it. Finita questa ricerca, i più intraprendenti potranno cercare nel rapporto un riferimento alla “abolizione della prostituzione” e alla “rinomata tolleranza verso il sesso”. Nel caso qualcuno trovi questo riferimento me lo faccia sapere, io non ho trovato niente. Come terzo esercizio si provi poi a ragionare sul significato reale dei suddetti concetti, i quali – secondo l’autore dell’articolo – farebbero della Svezia un Paese all’avanguardia e perciò – si deduce – in grado di “affrontare un futuro incerto” meglio di altre realtà.

Capisco ogni giorno di più quali siano le fonti che, senza la minima competenza, ammaliano le menti di tanti italiani che provano a trovare rifugio da queste parti. Ma anche questo è un altro argomento, di cui magari scriverò in futuro.

 

 

Cosa succede a Stoccolma

I disordini delle periferie di Stoccolma hanno riempito, negli ultimi giorni, le cronache internazionali. Chiaramente ho letto con attenzione anche quello che i giornali italiani hanno scritto a proposito e, con nessuno stupore, ho dovuto constatare la colossale imprecisione adoperata per descrivere e – soprattutto – per spiegare i fatti. È un qualcosa che capita spesso: le agenzie internazionali sono quelle che sono, lo svedese non è una lingua accessibile ai più, ed i pregiudizi portano quasi sempre a conclusioni sbagliate.

Ho sentito parlare di austerity come causa scatenante, di modello svedese che comincia (!) a manifestare le sue falle, di guerriglia urbana, di episodi mai successi in precedenza. Niente di più impreciso. Certo, i disordini ci sono stati. Come ci sono stati anche in altre occasioni in passato. E certo, la situazione economica, il modello sociale e le caratteristiche dei quartieri in questione non hanno di certo svolto un ruolo di secondo piano nella faccenda. Ma il tutto è stato esagerato: sconsigliare il viaggio a Stoccolma ai propri concittadini, come hanno fatto alcune diplomazie, è stato veramente sproporzionato rispetto alla situazione reale. Il centro di Stoccolma, tanto per dire, non si è accorto minimamente di quanto accaduto.

Le ragioni alla base dei disordini sono estremamente complesse. Non sono chiare nemmeno agli stessi residenti del posto. Il dibattito è vivo, le scuole di pensiero tante. Anche i politici hanno dimostrato – una volta di più – di avere pareri discordi, a volte totalmente opposti, a volte privi di qualsiasi logica. In tal senso, il mio punto di vista in merito non costituisce di certo la verità assoluta. In questi sette anni di vita a Stoccolma io mi sono fatto certe idee, ognuno è libero di essere d’accordo o meno.

Ho cercato di riassumere il mio pensiero in questo articolo richiestomi dalla redazione de Il Sussidiario.net. Buona lettura.

Svezia: prove di apartheid?

Non è mai facile parlare di certi temi: spesso si rischia di sbagliare l’analisi, di abbandonarsi – per pigrizia o ignoranza – ai luoghi comuni, di usare etichette che potrebbero creare facili fraintendimenti. Per questo motivo trovo sbagliatissimo generalizzare, o fare paragoni. Tuttavia, quando si parla di un popolo, di una cultura, di una nazione, generalizzare un minimo è inevitabile: anche quando si parla di razzismo. Di razzismo in Svezia.

All’estero, ma non solo, la Svezia è tuttora vista come la patria della tolleranza e della solidarietà sociale. C’è una credenza diffusa secondo cui la società civile svedese sia una delle più consapevoli ed attive in materia di pacifismo, diritti umani, lotta a qualsiasi genere di discriminazione. Spesso si pensa che anche la politica interna ed internazionale del Regno siano mosse dagli stessi principi. Ma non è proprio così: l’attivismo civile degli anni Settanta è un ricordo ormai lontano, la politica ha sempre e da sempre perseguito i suoi particolari interessi (non sempre limpidi), e quelli di tolleranza e solidarietà sono sempre stati concetti malleabili, adattati e riadattati alle circostanze. Concetti che spesso sconfinano nella più pura discriminazione.

È molto difficile, da queste parti, che qualcuno ammetta la realtà delle cose. È difficile perché o non esistono definizioni precise per descrivere i vari fenomeni in questione, o perché non ci si rende effettivamente conto di quanto succede, o perché non ci si vuole – consapevolmente – rendere conto della realtà. Certe questioni vengono semplicemente insabbiate: dalla politica, dalla stampa, dalle persone che – per cultura e non per malafede – non cercano mai il conflitto, la polemica con l’altro.

Ed ecco che poi, un giorno, succedono dei fatti che suscitano indignazione, che fanno arrabbiare. Fatti che, vista la soglia-scandalo piuttosto bassa, diventano subito – e giustamente – tema di dibattito.

Due esempi recenti.

Il progetto “REVA” (Rättssäkert och effektivt verkställighetsarbete) è un programma elaborato – a partire dal 2009 – da Polizia, Ufficio immigrazione e Autorità penitenziaria svedesi per contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina nel Paese. Già sperimentato in altre parti della Svezia, negli ultimi due mesi il progetto è stato implementato a Stoccolma (città considerata da alcuni – vista la presunta inefficacia delle autorità – l’Eden dell’irregolarità in tema di immigrazione). La situazione ha preso una piega polemica, creando numerosi momenti di tensione, allorché la polizia ha avviato delle procedure di controllo documenti all’ingresso dei tornelli della metropolitana: procedure che sono state ben lungi dall’essere casuali e indiscriminate. Il metodo utilizzato ha infatti riservato il controllo ai soli passeggeri dai chiari caratteri somatici non-svedesi. Tradotto: a tutti, tranne ai biondi e glaucopidi.

A tal proposito, lo scrittore Jonas Hassen Khemiri (di padre tunisino e madre svedese, nato e vissuto in Svezia) ha inviato un’efficace lettera aperta al Ministro della Giustizia, Beatrice Ask, chiedendole provocatoriamente di “scambiare pelle”, di scambiarsi le esperienze di vita per un giorno. Dell’intero caso ne ha scritto anche l’Espresso, in questo articolo.

Il secondo esempio risale a qualche giorno fa: un’azienda di trasporti privata, che si occupa del collegamento tra Stoccolma ed un piccolo porto da cui salpano le navi dirette a Åland, è stata accusata di razzismo in seguito al presunto comportamento di un autista. Secondo chi ha mosso la denuncia, tale autista avrebbe suddiviso i vari passeggeri in due autobus diversi: l’uno riservato a chi aveva caratteri somatici nordici, l’altro a chi tali caratteri somatici non li possedeva. Tradotto: i biondi e glaucopidi nel primo autobus, tutti gli altri nel secondo. C’è da dire che l’autista in questione ha prontamente respinto al mittente l’accusa di razzismo, spiegando che la divisione sarebbe avvenuta tenendo conto del bagaglio: i passeggeri che ne erano sprovvisti – ha spiegato – sono stati fatti salire nel primo autobus, tutti gli altri nel secondo.

Ora sarebbe troppo semplice dire – come in tanti fanno – che la società svedese è razzista punto e basta. Io non la penso così. In Svezia il razzismo esiste, così come esiste dappertutto. Tuttavia, la società svedese è comunque portata a separare, a fare delle differenze, a ragionare secondo due categorie di pensiero abbastanza nette: tutto ciò che è svedese è e deve rimanere separato da tutto ciò che svedese non è. Quello svedese è, molto spesso, un razzismo “a propria insaputa”, un razzismo “inconscio” ed “involontario”, una sorta di diffidenza pregiudiziale nei confronti di tutto ciò che è diverso. Un razzismo che accomuna un po’ tutti, un razzismo di cui è difficile rendersi conto. Un razzismo che va davvero oltre il colore della pelle, l’etnia, la religione degli individui. Se si dovesse riassumere questo aspetto in una frase un po’ ironica, da queste parti si direbbe più o meno così: “noi siamo svedesi, quindi – in quanto svedesi – non siamo razzisti. Il problema è che tutti gli altri sono non-svedesi”.

È chiaro che il confine tra razzismo “inconscio” e razzismo “autentico” è molto spesso difficile da marcare. Altrettanto spesso tale confine nemmeno esiste. Il problema principale, in questo senso, è che il primo può sfociare senza grossi ostacoli nel secondo, anche quando si tratta di settori e decisioni delicate ed importanti: quando le discriminazioni provengono dall’alto e si istituzionalizzano, la soluzione al problema – che è ormai cronico – tende ad allontanarsi, a diventare più difficile da trovare. La discriminazione dall’alto è un via libera, una legittimazione, un ombrello di protezione alle tante, numerosissime discriminazioni della vita di ogni giorno (e, in questo senso, si potrebbero fare tanti esempi).

Non ci si deve stupire, allora, se certi sentimenti continuano a farsi sempre più largo, magari arrivando ad una rappresentanza parlamentare. Non ci si deve stupire se in tanti sbagliano la chiave di lettura di certi fenomeni. Non ci si deve stupire se le ghettizzazioni sociali (ma anche urbanistiche) tendono a impiantarsi in modo sempre più stabile ed evidente. Dispiace dirlo ma, in una Svezia sempre più individualista, la gestione del conflitto sociale – nel presente, come nel futuro – sarà sempre più ardua. E soluzioni convincenti sul tavolo sembra proprio che non ce ne siano.

Se gli svedesi scoprono Cagliari

La Sardegna fa sempre più breccia negli scandinavi. Lo confermano i sempre più numerosi collegamenti diretti tra le città nordiche ed i maggiori aeroporti dell’isola. Novità di quest’anno è il collegamento tra Stoccolma e Cagliari, con inaugurazione il 29 giugno. Peccato che durerà solo due mesi, dico io.

"Qui c'è la pasta da sogno" - DN, 17-03-2013

“Qui c’è la pasta dei sogni” – DN, 17-03-2013

Nel mentre aumentano chiaramente anche i pacchetti turistici messi a punto dai vari tour operator. La zona più gettonata è ovviamente la solita, quella settentrionale: Alghero e Costa Smeralda, si sa, hanno il loro fascino e la loro fama. Ma, ultimamente, l’attenzione si sta spostando anche un po’ più a sud, alla costa meridionale ed alla città di Cagliari in particolare.

È di oggi un articolo del principale quotidiano svedese, Dagens Nyheter, firmato da Annika Goldhammer. Il titolo: “Här finns drömpastan“, “Qui c’è la pasta dei sogni”. Il riferimento è agli spaghetti alla bottarga – di cui la stessa giornalista si è appassionatamente rimpinzata – serviti nella celeberrima trattoria cagliaritana “Lillicu”, nella Marina: “Lillicu – scrive Goldhammer – è quel tipo di trattoria che è talmente popolare che si rischia di dover dividere la tavola con sconosciuti. Nei muri sono appese foto di famiglia in bianco e nero e cestini intrecciati. Nei tavoli non ci sono tovaglie, il vino viene servito in piccoli bicchieri di vetro e il cibo è semplice“.

Cagliari – continua Goldhammer – è una delle città europee, in cui trascorrere un weekend, in assoluto più sottovalutate. È una grande città in cui si può fare shopping, prendere un aperitivo in qualche bar mondano, visitare quartieri pieni di storia, passeggiare nella bella spiaggia del Poetto“. E, soprattutto, è molto meno cara di Venezia.

Un bel biglietto da visita per la città, dico io. E un po’ di pubblicità per la trattoria.

Ora, cari miei cagliaritani, se incontrate – per le vie di Casteddu – dei vichinghi che emettono strani suoni, che fanno colazione con la birra e che esclamano “oj vad gott, oj vad fint“, sapete di chi è la colpa. Scherzo ovviamente 😉

Bandiere a mezz’asta

Stadshuset - Bandiere a mezz'asta

Stadshuset – Bandiere a mezz’asta