Buon 25 aprile. Non scordiamoci né stanchiamoci di scambiarci gli auguri in questa data.
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[La traduzione è mia. Chi copia lo fa a proprio rischio.] Ormai lo svedese è la mia seconda lingua. Con il tempo quello strano ed incomprensibile idioma parlato da queste parti si è trasformato in un qualcosa di mio, in una parte integrante e caratterizzante del mio essere. Può sembrare strano a dirsi – e forse in parte lo è – ma ho cominciato ad amare questa lingua, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue regolarità, le sue stranezze, la sua complicata semplicità, la sua poetica mancanza di sfumature. Da quello che ho sentito in giro, non capita a tutti di trasferirsi in un altro Paese e riuscire ad apprezzarne la lingua al primo impatto: io, evidentemente, sono stato fortunato anche da questo punto di vista. [Sarà dovuto al fatto che prima vivevo in Danimarca?...] Svedese seconda lingua quindi: un processo naturale, benché voluto, cercato e sempre in via di definizione. Un processo che, però, ha i suoi lati negativi. Alcuni amici blogger hanno dedicato spesso alcuni post al tema: da amante dell’etimologia e della sociologia linguistica, apprezzo in modo particolare gli articoli di Kata e il blog satellite di Suomitaly, ma mi sono rispecchiato anche in questo post di Gattosolitario. Ciò di cui spesso si discute è, tra le altre cose, la difficoltà di convivere quotidianamente con più di una lingua. Il cervello è una macchina complessa che ha bisogno di essere rodata ed allenata, anche dal punto di vista linguistico: una lingua, un po’ come tutto ciò che studiamo ed impariamo nella nostra vita, non rimane indelebile una volta acquisita. Ciò vale per le lingue “seconde”, “terze” e così via, ma anche – ahimè – per la lingua madre. Con il tempo, mi sto accorgendo che il mio italiano (lingua che amo e che coltivo il più possibile) si sta involvendo, benché molto lentamente. Non tanto dal punto di vista grammaticale (il liceo classico lascia indubbiamente una particolare forma mentis), quanto da quello lessicale: “vuoti di parole”, dubbi sull’esistenza o meno di una certa parola, prestiti ed italianizzazione di termini svedesi sempre più frequenti. Arrivare a dire ad una mia amica italiana “di cosa stai pratando” (att prata in svedese significa “parlare”), cosa che mi è successa da poco, è un segnale (preoccupante) di questo particolare fenomeno che alcuni studiosi hanno collegato alla cosiddetta fase del fading linguistico, una graduale dissolvenza del lessico – in questo caso – italiano. Fase del fading che purtroppo riguarda anche un’altra lingua che amo, che è mia più di tutte, che circola nelle mie vene come l’italiano, anzi di più: il sardo. Una lingua che, fatta eccezione per qualche frase scambiata con i miei genitori, mia nonna (che oggi, a proposito, compie la bellezza di 91 anni!) e qualche amico, purtroppo non pratico attivamente. Anche a tal riguardo – e questo è un dramma – capita a volte che io pensi in sardo, ma che quel filtro nascosto da qualche parte nel mio cervello traduca ed emetta automaticamente il tutto in svedese. Sinceramente non voglio neanche immaginare come e quanto si svilupperà questo processo. È in ogni caso triste doversi in qualche modo arrendere a questo distaccamento, questo sì involontario ed irrazionale, dalle proprie origini linguistiche e culturali. La consolazione è che, comunque vadano le cose, anche fra cinquantanni riuscirò ad emozionarmi ancora a leggere la Divina Commedia o ad ascoltare De Andrè, a leggere Strindberg o ad ascoltare Cornelis. Magari senza più riuscire a produrre niente di leggibile in entrambe le lingue… |
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