Su e giù tra i Pirenei

A Stoccolma è arrivato l’autunno. Anzi, diciamo pure che ci sono già state le prime avvisaglie d’inverno.

Ed io cosa faccio? Ho tempo di mettermi qui ed aggiornare questo piccolo blog? Ovviamente no. Eppure avrei sempre qualcosa da dire, qualcosa da scrivere. Ma le giornate sono di ventiquattro ore, sino a prova contraria.

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Biarritz

Riprendo a scrivere oggi, e visto che il grigio piovoso di queste latitudini non mette di certo il buon umore, scrivere del viaggio tra Francia e Spagna dello scorso settembre forse può aiutare. Staccare la spina, ogni tanto, ci vuole. Anche se soltanto virtualmente.

E dunque eccomi a Biarritz, costa atlantica del sud francese, ad un tiro di schioppo dalla Spagna. Siamo a metà settembre ed il clima atlantico è prevedibile: a giornate di sole si intervallano temporali violenti e forti venti dal mare. Approfittiamo delle giornate migliori per visitare – nell’ordine – Saint Jean de Luz, una cittadina carina, con un particolare lungomare costeggiato da edifici tipici ma anche da piccoli mostri di cemento armato; San Sebastiàn, nei paesi baschi spagnoli, una bella città di pescatori che non disdegna la modernità, l’ordine e la pulizia; Bayonne, capitale dei paesi baschi francesi, adagiata su due fiumi e con un’architettura del tutto particolare. E poi, ovviamente, Biarritz, sede dei primi giorni di soggiorno: a parte qualche scorcio, le scogliere, la Esplanade des Anciens Combattants e il suo faro, la città non mi rimane particolarmente nel cuore. E poi il traffico della D810, la strada costiera, di certo non fa entusiasmare. Unica nota positiva, la proprietaria dell’appartamento che abbiamo affittato: talmente cordiale che si è prodigata per venire a prenderci all’aeroporto, mostrarci la città, portarci al mercato rionale e offrirci un dolce tipico della zona.

Soustons

Soustons

La situazione si fa più piacevole qualche chilometro più a nord, nei pressi di Soustons: Il traffico si fa più rado, aumenta il verde e la tranquillità. Una grandiosa distesa di dune fa da ingresso ad una sterminata spiaggia sull’Atlantico popolata da surfisti e nudisti. Affascinante sì, ma nulla a che vedere con la costa portoghese visitata qualche anno fa.

È il momento di salutare l’Atlantico e spostarci verso l’interno. Decidiamo di seguire la linea dei Pirenei: visitiamo Pau, la città che ha dato i natali al maresciallo Jean Baptiste Bernadotte, capostipite dell’attuale Famiglia Reale svedese. Qui, lo ammetto, la visita del Museo Bernadotte è pura e semplice deformazione professionale. Non ci posso fare nulla. In ogni caso, nemmeno la cittadina mi dispiace: molto ben tenuta e ben collocata, avrebbe meritato una visita un po’ più approfondita.

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Pau – Museo Bernadotte

Seguendo l’orientamento ed una buona dose di istinto, riusciamo a trovare la strada che ci porta – pian piano – a lambire i Pirenei. Ho già detto che la segnaletica in Francia è pessima? No? Lo faccio adesso. Per chi si rifiuta – come me – di usare il GPS, le strade francesi stancano, fanno perdere la pazienza e, di sicuro, qualche anno di vita. Le carte sono di estremo aiuto, ma non bastano di certo se non si ha nel bagaglio un po’ di fortuna.

In ogni caso, eccoci arrivati alla destinazione programmata: il paesino dove pernottiamo si chiama Saint-Girons. “Dove diamine siamo capitati?” è la nostra prima impressione. Più o meno. L’orario inoltrato non aiuta a guardarsi intorno ed apprezzare. La stanchezza si fa sentire. E la pseudopizza (schifosissima!) mangiata nell’unico pseudoristorante aperto non migliora la situazione. La luce del giorno dopo, il posto fantastico in cui è situato l’albergo e un’ottima e ricca colazione, rimettono pace nell’animo.

È l’inizio della scalata ai Pirenei. Il proprietario dell’albergo di Saint-Girons ci suggerisce un itinerario alternativo, ed è un’ottima scelta: ci immergiamo in dense stradine di montagna, umide e fresche, che passano fiumi, pascoli e boschi. Sino a che arriviamo alla cittadina termale di Ax-les-Thermes: località prettamente invernale (ce ne rendiamo conto dagli impianti sciistici della zona), con una vasca pubblica di acqua bollente in mezzo alla città, è un buon posto dove fare una piccola pausa prima di visitare le grotte di Niaux. Tappa casuale e assolutamente non programmata, ma sorprendente.

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Andorra la Vella

La visita delle grotte è emozionante. Accompagnati da una torcia a mano individuale, camminiamo per circa un chilometro prima di arrivare alla sala principale. E lì, lo spettacolo: diversi dipinti rupestri, risalenti a 13-14.000 anni fa, ricordano quanto piccola e passeggera sia la nostra presenza su questo pianeta, quanto la nostra vita duri un batter di ciglia in confronto alla storia. Tornare al mondo attuale fa uno strano effetto.

La strada per Andorra La Vella è lunga, specialmente perché non vogliamo pagare alcun pedaggio e non vogliamo passare nei tunnel che ci accorcerebbero il tragitto. Ne vale la pena: il carattere nudo e crudo della montagna si mostra nella sua interezza man mano che saliamo di quota. Oltrepassiamo Port d’Envalira (al ritorno ci fermeremo qui, in un ristorante a 2500 metri d’altezza), e facciamo ingresso nel Principato d’Andorra.

La prima cittadina che incontriamo non è un buon presagio: degli strani edifici – che se non fosse per la dimensione potrebbero sembrare costruiti con i mattoncini Lego – sono solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetta qualche decina di chilometri più avanti. Andorra la Vella è così: incastrata a forza in una valle, di una modernità che – a dispetto del nome – troppo contrasta con l’ambiente circostante. Una città profondamente artificiale. Negozi di lusso, duty free, supermercati e grandi magazzini, alberghi e qualche ristorante. Tanto traffico e tantissimi sensi unici. Niente di più. La curiosità di vedere un posto alternativo questa volta ha lasciato dietro soltanto uno strascico di delusione. Fortuna che abbiamo prenotato solo per una notte.

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Carcassonne

Lasciamo l’hotel ed il receptionist che abbozza qualche parola in svedese e torniamo in Francia. Direzione Carcassonne.

Il castello, la città vecchia, è quello che subito colpisce l’occhio del visitatore arrivato nella cittadina della Linguadoca. Impressionante dall’esterno, un po’ meno all’interno: frotte di turisti si accalcano nei classici negozi di souvenir e nei ristoranti dai menu troppo commerciali. Una visita al quartiere, magari la mattina molto presto, va comunque fatta: bellissima la cattedrale con le sue antichissime vetrate multicolore.

La città “nuova” non è granché: un po’ trasandata, ma senza poesia. Non credo che l’economia, da queste parti, sia così fiorente. Particolare il Canal du Midi, ed interessante la piccola gita in battello tra le sue chiuse, ma – anche questa volta – il tutto non mi regala molte emozioni.

Abbaye de Fontfroide

Abbaye de Fontfroide

Le zone attorno a Carcassonne sono sicuramente più interessanti: chilometri e chilometri di vigneti, trattori e vendemmie un po’ ovunque. Molto bello. Visitiamo i piccoli paesini di Lagrasse, Montolieu e Saissac, e facciamo una capatina nell’Abbazia di Fontfroide: bellissima nella sua autenticità ed imponenza, immersa nella pace che solo questi luoghi sanno dare.

Dopo dieci giorni è tempo di restituire la macchina a Perpignan, prendere un treno per Barcellona e visitare una vecchia amica. La mia prima volta, strano a dirsi, in terra catalana.

Barcellona mi piace. I turisti sono tanti ma non così tanti come immaginavo. Le stradine del centro storico mi ricordano Cagliari, anche nella toponomastica: le tracce della comune parentela si notano da più parti. Difficile non sentirsi, in qualche modo, a casa. Bella l’atmosfera, bello il clima (non fa eccessivamente caldo), buono il cibo (soprattutto in un ristorantino di Barceloneta). Tanti gli scorci, tanti i panorami: guardare i fuochi d’artificio dei festeggiamenti de “La Mercè” da una terrazza del Montjuïc è la ciliegina sulla torta dell’intero viaggio.

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Barcellona

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