I nuovi modelli svedesi

Si parlava, qualche giorno fa, della delicata situazione che sta attraversando il Partito Socialdemocratico svedese ed il suo leader Håkan Juholt. Gli ultimi sondaggi Synovate non fanno che confermare impietosamente il trend già risaputo. Per riassumere al massimo, se si andasse a votare oggi, il blocco di centrodestra (Alliansen) porterebbe a casa una netta vittoria nei confronti dell’opposizione (52,8% vs. 41,2%). Ma il dato più significativo è senza dubbio un altro: Socialdemokraterna si sono attestati al 25,1% (una percentuale così bassa non si registrava dalla crisi degli anni Settanta), ad un -2,6% dalle ultime elezioni politiche del Settembre 2010 e ad un -9,8% dalle elezioni 2006. La crisi strutturale è evidente: secondo alcuni scienziati politici, il partito – se non avrà la consapevolezza ed il coraggio di cambiare repentinamente alcuni elementi (le dimissioni di Juholt sembrerebbero imprescindibili in questo senso) – potrebbe precipitare in un baratro tragicamente profondo nel quale sarebbe sostenuto esclusivamente dai fedelissimi (stimati nel 15% dell’elettorato complessivo della rosa rossa).

Jimmie Åkesson

Un partito che invece non conosce crisi è Sverigedemokraterna: un partito che non sta crescendo vertiginosamente, ma che sta comunque solidificando la sua base di consensi (il che, forse, è peggio). Il suo leader acqua e sapone, Jimmie Åkesson, ha abbracciato una strategia politica diretta e – ahimè – efficace: spogliatosi di ogni riferimento fisico e simbolico alla estrema ideologia su cui si basa il suo credo, sta lavorando in maniera precisa sulla dialettica e sulle etichette. Il nuovo termine adottato dall’establishment del partito è socialconservatorismo: in teoria, un insieme di nazionalismo, conservatorismo e welfare sociale. Un modello, sulla carta, inclusivo. Sulla carta.

Tuttavia, come fa notare Mats Lindberg (professore di scienza politica presso l’università di Örebro), la continuità con il precedente corso (basato su un mix tra nazionalconservatorismo e socialdemocrazia liberale) non è stata messa affatto in discussione. Ciò che è cambiato è soltanto la definizione di “nazione svedese”: se prima il concetto si basava esclusivamente sulla consanguineità e sull’appartenenza etnica, ora è l’identità culturale (medesima lingua e medesime tradizioni) a contare. Un cambiamento teorico, un cambiamento di termini, un cambiamento indirizzato solamente ad alimentare la linfa vitale dei “Democratici di Svezia”: il populismo. Il “nuovo” corso – sempre secondo Lindberg – non farebbe altro che accrescere e rafforzare le differenze e tenderebbe a dividere la cittadinanza svedese in tre distinte categorie, in stile apartheid: i nati svedesi (compresi i bimbi adottati da genitori che parlano svedese con una identità svedese o comunque nordica); gli assimilati alla nazione svedese (immigrati che parlano fluentemente lo svedese e che si identificano in tutto e per tutto nella storia e cultura svedesi); i non assimilati (tutti gli altri). E sono proprio questi “altri” a costituire il problema e la minaccia da sconfiggere, secondo Sverigedemokraterna. Alla faccia del modello inclusivo adottato.

Un leggero turbamento al populismo del partito potrebbe giungere da una serie significativa di dati: l’immigrazione in Svezia è diminuita del 6% in un anno e una parte sempre più grande di immigrati giunge in Svezia per lavorare. Tuttavia, però, il 35% di disoccupati iscritti all’ufficio di collocamento svedese è composta esclusivamente da “nati all’estero”: una percentuale, questa, in costante e preoccupante crescita (nel gennaio 2005 si attestava al 23%).

La Svezia è uno dei Paesi più efficaci in materia di integrazione, ma la questione – molto spesso confusa erroneamente con quella dell’immigrazione – è vista sempre di più come un problema dall’opinione pubblica. Soltanto la classe politica (fatta eccezione, benché con ottiche differenti, per Sverigesdemokraterna e Partito della Sinistra) non vede o fa finta di non vedere quanto sta accadendo. Il processo di ghettizzazione, nella società svedese, è un fenomeno sempre più evidente e dai risvolti tragici: il virus dell’egoismo sta infettando, giorno dopo giorno, quel residuo di società solidale che costituiva il cardine dell’ormai estinto modello svedese.

Credo che le chiavi del futuro di questo Paese si conoscano già: in questo post ne ho collegate alcune, sebbene in modo indiretto e sicuramente superficiale. Il mio dubbio e la mia preoccupazione è che quelle chiavi non vengano – o non vogliano essere – lette come si dovrebbe da chi di dovere.

6 Comments to I nuovi modelli svedesi

  1. Stefania ha detto:

    Se mi contagiano puire gli svedesi, l’apocalisse è vicina!

  2. Morgaine le Fée ha detto:

    Post che condivido tutto, dalla prima all’ultima riga.
    Julholt, con la sua cocciutaggine a restare sulla careghetta e a fuggire il confronto nei dibattiti Tv, sta portando il suo partito alla rovina, a meno che non sia proprio quello che vogliono, quando magari in una prossima legislatura debbano fronteggiare una crisi economica europea e problemi col welfare che loro non hanno le capacitá di affrontare.
    La deriva nazionalista mi sembra un fenomeno globale. E anche ottuso, perché le migrazioni di persone verso posti con una vita migliore ci sono sempre stati, e trovo poco realistico fermarle. Putroppo, impostare una campagna sulla diffdenza vers lo straniero é di facile successo, perché punta sul sentimento di ‘noi siamo meglio’, che é fcile riscontrare in molti svedesi.
    Il mio moroso dice che si é reso conto che la Svezia non é affatto ‘meglio’ di altri su diversi punti, ma solo perché ha avuto la possibilitá di vivere (non solo fare il turista) anche altrove, e vedere le differenze. Prima, mi diceva, era anche lui immerso nell’illusione che qui effettivamente funziona tutto meglio. Ma molti svedesi vedono il ‘fuori’ soltanto in ferie in Thailandia o a Kos, e si cullano nell’illusione che ‘a casa é meglio’.

    • Quello che dici sugli svedesi è vero: me ne rendo conto sempre di più, ogni anno che passa. Sto ancora cercando un termine per definire questo atteggiamento, ma ho paura che sia una forma di razzismo, benché occulto, magari benigno, probabilmente inconscio.

      Per quanto riguarda la rovina dei socialdemocratici, non credo che sia una strategia cercata (stile PD) perché all’interno del partito sono sicuro che ci sarebbe gente in grado di affrontare quel tipo di questioni. In questo caso mi verrebbe da dire “largo ai vecchi”…

  3. Kata ha detto:

    Guardando la foto di questo Åkesson mi verrebbe da chiamarlo tutt’altro che “acqua e sapone”…

    • Sì, ma da come si pone e dalla sua fedina penale non verrebbe neanche di etichettarlo come neonazista…

      Purtroppo questo partito è composto da gente molto furba che ha capito che l’immagine è un’arma vincente.

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