Bilanci e previsioni

Il 2015 si è chiuso bene, meglio di quanto mi aspettassi, da tanti punti di vista. Ho visto alcuni miei progetti dare i loro frutti e, soprattutto, ho avuto tante soddisfazioni. Soddisfazioni personali ed umane, ricordi indelebili di strette di mano e occhi lucidi, di abbracci e canzoni.

Il 2015 sarà un anno irripetibile, lo so già: perché le prime volte non si scordano mai e perché, quando qualcosa è andato oltre alle aspettative, è difficile ripetersi. È difficile provare le stesse sensazioni due volte. E forse è ingiusto anche rincorrerle, cercare di emozionarsi nuovamente allo stesso modo. Si rischia di fare danni, questo è quello che penso.

Ci si può sempre migliorare, questo sì. Andare avanti e trovare nuovi stimoli, imparare dagli errori, cambiare laddove è necessario. Lo stallo è pericoloso. Così come vivere di routine, di ricordi o anche solo per inerzia.

Il 2016 sarà complicato, lo sento. Dovrò solo trarre da questo sentore la forza per raggiungere i miei nuovi obiettivi…

A volte ritorno

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Ed invece non è successo più nulla. Niente elezioni anticipate e nessun post sul blog dallo scorso dicembre. È un record. Negativo.

Inutile dire sempre le stesse cose: non ho avuto tempo, ho avuto altro da fare, non ho trovato la giusta ispirazione, e cose simili. Il fatto è che il lavoro mi ha travolto come mai prima. Il che è ovviamente positivo, ma sino ad un certo punto.

Quante cose avrei voluto scrivere in questi mesi! Quante cose sono successe e quante altre mi sono passate per la testa. Produco tanto, penso il doppio, mi riposo la metà. Ed è diventato pressoché impossibile aprire questa vecchia pagina, darle un po’ di linfa vitale, farle coraggio e dirle: “vedi, non ti ho dimenticato!”.

Nel mentre continuo a ricevere parecchie visite, vari messaggi privati e vengo pure citato nei libri – a proposito, ringrazio Marco Mengoli per avermi citato nel suo “C’e chi va & c’è chi resta“.

Il resto non è noia, ma nemmeno gioia assoluta (ammettendo che esista). Una nostalgia sempre più pungente per la Sardegna, per il fruscio degli eucaliptus in riva al mare, per i rumori delle notti cagliaritane. Questo è il tema ricorrente di questi giorni. Dovrò aspettare sino a settembre per ribaciare la mia petrosa Itaca. Resisterò?

Succede anche qui!

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È davvero mai possibile che un governo svedese, per giunta in carica da pochissimo, si sfracelli al suolo poco prima di Natale?

Ebbene sì, è possibile, è successo. Strano, stranissimo per gli svedesi stessi. Nemmeno i miei suoceri hanno mai visto una situazione simile: troppo piccoli per ricordarsi il 1958.

Dal canto mio, ho seguito come di consueto ciò che è successo. Ho cercato di riassumere e dare un parere super partes qui e qui. Devo dire che, da buon italiano, la caduta di per sé non mi ha particolarmente emozionato. Certo, due mesi sono pochini. E certo, quello in carica era (ed è) pur sempre il Governo che anch’io ho votato lo scorso settembre.

Mi sento soltanto un po’ più preoccupato di prima. Mi sento preoccupato dai giochi di potere che si sono visti e che si vedranno nella loro interezza durante la prossima, imminente campagna elettorale. Mi preoccupa l’influenza del partito di estrema destra, Sverigedemokraterna e – soprattutto – la debolezza degli altri due schieramenti. Ho paura che, in tempi prossimi, quel partito venga giocoforza legittimato a tutti gli effetti. Ho paura che la democrazia svedese, di sinistra e di destra, si trovi presto costretta a scendere a patti col diavolo. Più di quanto abbia già fatto.

La Svezia è cambiata, è sotto gli occhi di tutti. Ma non da oggi o da ieri. In otto anni di residenza io stesso mi sono reso conto del processo in atto. E non mi piace. Quello che ho sempre apprezzato di questo difficile Paese è – come ho già detto in altre occasioni – il senso di Stato che ho sempre sentito alle mie spalle. Ora quel senso di sicurezza c’è ancora, ma traballa. E se il tutto non si ferma a tempo debito, il rischio di caduta è reale.

Sarà una noia immensa doversi ora sorbire l’esatta replica della campagna elettorale della scorsa estate. La seguirò, certo. Ma so già esattamente quello che i vari personaggi e partiti diranno. Non solo i concetti, so le esatte parole. Sarà un po’ come tornare, in un certo senso, in Italia. E nemmeno questo mi piace.

Come ho scritto anche nell’altro sito, il rischio è comunque che rimanga tutto inalterato. Che si crei, cioè, la stessa identica situazione delle scorse elezioni: uno dei due blocchi con la maggioranza relativa e Sverigedemokraterna a fare da ago della bilancia. In molti ipotizzano che una delle migliori soluzioni per superare lo stallo sia il dialogo costruttivo tra le due coalizioni principali. Tradotto: un governo di salvezza nazionale liberalsocialdemocraticoconservatore con – magari – qualche traccia di verde. Un amalgama indistinto tra destra e sinistra, una politica di sopravvivenza con poca sostanza e poca ideologia.

Mi auguro che non accada. Per favore, almeno qui, no!

 

Su e giù tra i Pirenei

A Stoccolma è arrivato l’autunno. Anzi, diciamo pure che ci sono già state le prime avvisaglie d’inverno.

Ed io cosa faccio? Ho tempo di mettermi qui ed aggiornare questo piccolo blog? Ovviamente no. Eppure avrei sempre qualcosa da dire, qualcosa da scrivere. Ma le giornate sono di ventiquattro ore, sino a prova contraria.

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Biarritz

Riprendo a scrivere oggi, e visto che il grigio piovoso di queste latitudini non mette di certo il buon umore, scrivere del viaggio tra Francia e Spagna dello scorso settembre forse può aiutare. Staccare la spina, ogni tanto, ci vuole. Anche se soltanto virtualmente.

E dunque eccomi a Biarritz, costa atlantica del sud francese, ad un tiro di schioppo dalla Spagna. Siamo a metà settembre ed il clima atlantico è prevedibile: a giornate di sole si intervallano temporali violenti e forti venti dal mare. Approfittiamo delle giornate migliori per visitare – nell’ordine – Saint Jean de Luz, una cittadina carina, con un particolare lungomare costeggiato da edifici tipici ma anche da piccoli mostri di cemento armato; San Sebastiàn, nei paesi baschi spagnoli, una bella città di pescatori che non disdegna la modernità, l’ordine e la pulizia; Bayonne, capitale dei paesi baschi francesi, adagiata su due fiumi e con un’architettura del tutto particolare. E poi, ovviamente, Biarritz, sede dei primi giorni di soggiorno: a parte qualche scorcio, le scogliere, la Esplanade des Anciens Combattants e il suo faro, la città non mi rimane particolarmente nel cuore. E poi il traffico della D810, la strada costiera, di certo non fa entusiasmare. Unica nota positiva, la proprietaria dell’appartamento che abbiamo affittato: talmente cordiale che si è prodigata per venire a prenderci all’aeroporto, mostrarci la città, portarci al mercato rionale e offrirci un dolce tipico della zona.

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Soustons

La situazione si fa più piacevole qualche chilometro più a nord, nei pressi di Soustons: Il traffico si fa più rado, aumenta il verde e la tranquillità. Una grandiosa distesa di dune fa da ingresso ad una sterminata spiaggia sull’Atlantico popolata da surfisti e nudisti. Affascinante sì, ma nulla a che vedere con la costa portoghese visitata qualche anno fa.

È il momento di salutare l’Atlantico e spostarci verso l’interno. Decidiamo di seguire la linea dei Pirenei: visitiamo Pau, la città che ha dato i natali al maresciallo Jean Baptiste Bernadotte, capostipite dell’attuale Famiglia Reale svedese. Qui, lo ammetto, la visita del Museo Bernadotte è pura e semplice deformazione professionale. Non ci posso fare nulla. In ogni caso, nemmeno la cittadina mi dispiace: molto ben tenuta e ben collocata, avrebbe meritato una visita un po’ più approfondita.

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Pau – Museo Bernadotte

Seguendo l’orientamento ed una buona dose di istinto, riusciamo a trovare la strada che ci porta – pian piano – a lambire i Pirenei. Ho già detto che la segnaletica in Francia è pessima? No? Lo faccio adesso. Per chi si rifiuta – come me – di usare il GPS, le strade francesi stancano, fanno perdere la pazienza e, di sicuro, qualche anno di vita. Le carte sono di estremo aiuto, ma non bastano di certo se non si ha nel bagaglio un po’ di fortuna.

In ogni caso, eccoci arrivati alla destinazione programmata: il paesino dove pernottiamo si chiama Saint-Girons. “Dove diamine siamo capitati?” è la nostra prima impressione. Più o meno. L’orario inoltrato non aiuta a guardarsi intorno ed apprezzare. La stanchezza si fa sentire. E la pseudopizza (schifosissima!) mangiata nell’unico pseudoristorante aperto non migliora la situazione. La luce del giorno dopo, il posto fantastico in cui è situato l’albergo e un’ottima e ricca colazione, rimettono pace nell’animo.

È l’inizio della scalata ai Pirenei. Il proprietario dell’albergo di Saint-Girons ci suggerisce un itinerario alternativo, ed è un’ottima scelta: ci immergiamo in dense stradine di montagna, umide e fresche, che passano fiumi, pascoli e boschi. Sino a che arriviamo alla cittadina termale di Ax-les-Thermes: località prettamente invernale (ce ne rendiamo conto dagli impianti sciistici della zona), con una vasca pubblica di acqua bollente in mezzo alla città, è un buon posto dove fare una piccola pausa prima di visitare le grotte di Niaux. Tappa casuale e assolutamente non programmata, ma sorprendente.

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Andorra la Vella

La visita delle grotte è emozionante. Accompagnati da una torcia a mano individuale, camminiamo per circa un chilometro prima di arrivare alla sala principale. E lì, lo spettacolo: diversi dipinti rupestri, risalenti a 13-14.000 anni fa, ricordano quanto piccola e passeggera sia la nostra presenza su questo pianeta, quanto la nostra vita duri un batter di ciglia in confronto alla storia. Tornare al mondo attuale fa uno strano effetto.

La strada per Andorra La Vella è lunga, specialmente perché non vogliamo pagare alcun pedaggio e non vogliamo passare nei tunnel che ci accorcerebbero il tragitto. Ne vale la pena: il carattere nudo e crudo della montagna si mostra nella sua interezza man mano che saliamo di quota. Oltrepassiamo Port d’Envalira (al ritorno ci fermeremo qui, in un ristorante a 2500 metri d’altezza), e facciamo ingresso nel Principato d’Andorra.

La prima cittadina che incontriamo non è un buon presagio: degli strani edifici – che se non fosse per la dimensione potrebbero sembrare costruiti con i mattoncini Lego – sono solo un piccolo assaggio di quello che ci aspetta qualche decina di chilometri più avanti. Andorra la Vella è così: incastrata a forza in una valle, di una modernità che – a dispetto del nome – troppo contrasta con l’ambiente circostante. Una città profondamente artificiale. Negozi di lusso, duty free, supermercati e grandi magazzini, alberghi e qualche ristorante. Tanto traffico e tantissimi sensi unici. Niente di più. La curiosità di vedere un posto alternativo questa volta ha lasciato dietro soltanto uno strascico di delusione. Fortuna che abbiamo prenotato solo per una notte.

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Carcassonne

Lasciamo l’hotel ed il receptionist che abbozza qualche parola in svedese e torniamo in Francia. Direzione Carcassonne.

Il castello, la città vecchia, è quello che subito colpisce l’occhio del visitatore arrivato nella cittadina della Linguadoca. Impressionante dall’esterno, un po’ meno all’interno: frotte di turisti si accalcano nei classici negozi di souvenir e nei ristoranti dai menu troppo commerciali. Una visita al quartiere, magari la mattina molto presto, va comunque fatta: bellissima la cattedrale con le sue antichissime vetrate multicolore.

La città “nuova” non è granché: un po’ trasandata, ma senza poesia. Non credo che l’economia, da queste parti, sia così fiorente. Particolare il Canal du Midi, ed interessante la piccola gita in battello tra le sue chiuse, ma – anche questa volta – il tutto non mi regala molte emozioni.

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Abbaye de Fontfroide

Le zone attorno a Carcassonne sono sicuramente più interessanti: chilometri e chilometri di vigneti, trattori e vendemmie un po’ ovunque. Molto bello. Visitiamo i piccoli paesini di Lagrasse, Montolieu e Saissac, e facciamo una capatina nell’Abbazia di Fontfroide: bellissima nella sua autenticità ed imponenza, immersa nella pace che solo questi luoghi sanno dare.

Dopo dieci giorni è tempo di restituire la macchina a Perpignan, prendere un treno per Barcellona e visitare una vecchia amica. La mia prima volta, strano a dirsi, in terra catalana.

Barcellona mi piace. I turisti sono tanti ma non così tanti come immaginavo. Le stradine del centro storico mi ricordano Cagliari, anche nella toponomastica: le tracce della comune parentela si notano da più parti. Difficile non sentirsi, in qualche modo, a casa. Bella l’atmosfera, bello il clima (non fa eccessivamente caldo), buono il cibo (soprattutto in un ristorantino di Barceloneta). Tanti gli scorci, tanti i panorami: guardare i fuochi d’artificio dei festeggiamenti de “La Mercè” da una terrazza del Montjuïc è la ciliegina sulla torta dell’intero viaggio.

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Barcellona

Tempo di Elezioni

Sono passati otto lunghi anni da quando ho messo piede, per la prima volta in assoluto, in terra svedese. Era l’agosto 2006.

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La mia tessera elettorale

Era di scena, allora, una delle campagne elettorali più significative della storia politica svedese: Göran Persson, che governava indisturbato dal 1996, il mese dopo avrebbe lasciato la poltrona di Primo Ministro a Fredrik Reinfeldt.

Dall’epoca sono successe tante cose, ma si può dire benissimo che la Svezia in cui ho vissuto sino ad ora sia stata la Svezia reinfeldtiana. Una Svezia che, nonostante le tracce profonde di socialdemocrazia che tuttora resistono, ha – proprio con quelle elezioni – dato una svolta liberale importante e decisa alla politica e alla società svedese.

Domenica prossima la Svezia è chiamata alle urne. Questa volta anch’io potrò votare per il Parlamento. Mi auspico un cambio di rotta e pare che tale cambiamento ci sarà. Ma non è questo l’importante. L’importante è ciò che sento e che ho sentito in tutti questi anni. Un qualcosa che l’Italia, fin quando ci vivevo, non mi ha mai offerto: la normalità delle cose.

Qui ho percepito, per la prima volta in assoluto, il senso di Stato, la sicurezza di avere alle spalle una classe politica tutto sommato seria e competente, un governo che ha fatto il suo lavoro: governare. Qui ho sentito i politici promettere e mantenere, o comunque fare di tutto per mantenere. Qui ho visto una politica pragmatica ed efficace. E ripeto, poco importa se in questi anni sono state poche le volte in cui mi sono trovato d’accordo con la linea della maggioranza. Il disaccordo è l’essenza della democrazia, e qui – un posto in cui si cerca di evitare in tutti in modi il contrasto – lo sanno bene.

Critico parecchi aspetti di questo Paese, viverci non è facile. Ma mi sento comunque fiero di esserne cittadino.

[Per chi fosse interessato ad una piccola analisi sulla situazione politica, ho scritto qualcosa qui]

Piccoli grandi incontri

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